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domenica 24 febbraio 2013
lunedì 8 ottobre 2012
KEYNES E MARX A CONFRONTO La crisi capitalistica cause e soluzioni dal Sito Sollevazione
KEYNES E MARX A CONFRONTO
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| J.M. Keynes e Carlo Marx |
di Moreno Pasquinelli
Premessa
L’attuale crisi sistemica del capitalismo occidentale sta mandando in pezzi la scuola monetarista di Milton Friedmann e con essa l’ortodossia liberista e i suoi due massimi assiomi. Il primo è di natura squisitamente filosofica e consiste in questo: ogni uomo, perseguendo egoisticamente la propria felicità contribuirebbe a realizzare quella di tutti. Il secondo, di carattere economico, considera il mercato il sistema che meglio di ogni altri contribuisce alla ricchezza generale e alla sua equa distribuzione.
Ne hanno preso atto, della crisi del liberismo, la Casa Bianca e la Federal Reserve, che dopo il settembre 2008 (fallimento della Lehman Brothers) vanno seguendo una politica pressoché opposta. L’ortodossia liberista prevale invece nell’Unione europea, i cui organismi oligarchici, la Bce anzitutto, tenacemente perseguono, a monte politiche di rigore monetario e dei bilanci pubblici, a valle, politiche deflattive di contenimento dei prezzi, su tutti quello dei salari.
Ci si poteva attendere che una crisi di tale portata avrebbe rinvigorito spinte anticapitalistiche di massa e riportato velocemente in auge l’ideale del socialismo. Non è stato così. Troppo fresche le devastanti ferite subite dal movimento rivoluzionario a causa del crollo, catastrofico quanto inglorioso, del “socialismo reale”, troppo profondo il processo di imborghesimento sociale e coscienziale del proletariato occidentale maturato negli ultimi decenni. Questo contesto spiega perché il pensiero di Carlo Marx, il principale studioso del capitalismo e delle sue contraddizioni, nonché il principale assertore della necessità e fattibilità del suo superamento, lungi dal risorgere, resti confinato nell’oblio, con lo sconsolante effetto collaterale per cui gli stessi intellettuali di sinistra, tranne rare eccezioni, quasi si vergognino di dichiararsi marxisti.
Assistiamo, di converso, ad una prepotente rinascita del pensiero economico di J. M. Keynes a tal punto che è possibile affermare che la maggior parte degli economisti (di quelli seri non per forza di quelli che usufruiscono di una cattedra in qualche blasonata università) si consideri keynesiana.
Essendo tra quelli che più decisamente insistono sulla centralità assoluta del discorso sulla crisi —di qui la nostra insistenza per lo sganciamento dall’Unione europea e l’abbandono della moneta unica come precondizioni necessarie per venirne fuori—, di questo revival keynesiano, ne sappiamo qualcosa. Dieci economisti keynesiani su dieci condannano senza appello le politiche delle euro-oligarchie e della Bce. Tra questi solo una minoranza, partigiana dell’Unione, ritiene che l’euro sia compatibile con le terapie keynesiane e che la Bce inverta quindi la rotta. La maggioranza di loro sostiene invece che l’euro è comunque condannato a morire e propugna il ritorno alle sovranità monetarie statuali. Avrete capito perché di keynesiani ne sappiamo qualcosa: con i migliori di loro —quelli che non solo invocano astrattamente la fine delle politiche di macelleria sociale ma che sostengono come necessaria la riconquista della sovranità nazionale, politica e monetaria— abbiamo in comune il nemico, e logica vuole che le forze si uniscano.
La teoria di Keynes
La pretesa di molti scienziati è quella di considerarsi tali nella misura in cui essi pensano di spiegare i fatti così come sono, standosene alla larga dai giudizi di valore. Vogliono dirci che essi sono immuni da condizionamenti ideologici e culturali, che le loro asseverazioni sono estranee alla dispute sociali e politiche, al di sopra di ogni visione del mondo. Ovviamente non è vero, e Keynes non era tanto stolto dal pensarlo. Egli, malgrado avesse colto le contraddizioni profonde insite nel modo capitalistico borghese, non ha mai nascosto la sua predilezione per il sistema capitalistico, ne ha mai fatto mistero della sua avversione verso il marxismo e l’ideale socialista. Keynes si considerava anzi il medico la cui missione era appunto salvare un capitalismo affetto da malattie e contraddizioni congenite, che se lasciato a se stesso sarebbe anzi andato incontro alla morte. La differenza con Marx, che proponeva invece di fare leva su quelle contraddizioni per abolire il capitalismo e con esso l’economia fondata sulla merce, non può essere più evidente.
Questa differenza non attiene solo alla sfera politica: le malattie o contraddizioni congenite del capitalismo intraviste da Keynes non erano quelle individuate da Marx.
L’analisi di Keynes faceva perno su una premessa: che la devastante crisi del 1929 aveva definitivamente destituito di ogni fondamento una legge caposaldo degli economisti neoclassici, quella secondo cui (assunta la neutralità della moneta considerata solo mezzo di scambio) il mercato è sempre in grado di stabilire un equilibrio tra offerta e domanda sia di beni che di capitali. Secondo l’ortodossia liberista poi, eventuali perturbazioni momentanee, potevano dipendere solo da due fattori, o dalla mancanza di rigore monetario o dall’aumento eccessivo dei salari. Per essere ancora più precisi: per Keynes il mercato non assicurava né la piena occupazione né un’equa distribuzione della ricchezza.
Keynes non lo disse mai, lo diciamo noi, ma per superare le aporie dei neoclassici si appoggiò agli studi di Marx sul denaro, per il quale il denaro non fungeva solo da (1) parametro per misurare valori/prezzi e (2) come mezzo di circolazione: il denaro era anche (3) uno strumento di tesaurizzazione. Nei cicli di crisi economica e di attese di profitto decrescenti (crisi di sovrapproduzione, ma su questo torneremo più avanti), il denaro tende ad abbandonare la sfera della circolazione, ma non per avvizzire sotto il materasso, piuttosto per lievitare nella sfera della speculazione finanziaria.
In termini keynesiani: in un’economia capitalista di mercato non solo c’è alcuna certezza di equilibrio tra offerta e domanda di beni, e non esiste alcuna garanzia che il risparmio accumulato ritorni nel mercato sotto forma d’investimenti, il che condetermina la crisi, la stagnazione, la disoccupazione e il crollo dei consumi. Ma la crisi giunge sempre dopo un periodo di boom, ovvero di crescita enorme dei redditi, la qual cosa accresce la quota di essi destinata alla risparmio (tesaurizzazione) invece che agli investimenti.
Visto che per Keynes le crisi capitalistiche sono sempre e solo crisi di sproporzione, come egli proponeva di superare lo squilibrio tra eccesso di offerta e insufficienza della domanda? E di chiudere la forbice tra la massa accumulata di denaro che se ne sta ferma tesaurizzata e quella decrescente che si muove nel mercato dei capitali produttivi? Facendo leva su due fattori principali: sull’aumento della domanda dei beni di consumo e colpendo la tesaurizzazione (che Keynes chiama “preferenza per la liquidità”). Ma quali sono queste leve? Dal momento che il mercato non è capace da solo di trovare un equilibrio, occorre l’intervento di una forza esterna ad essi, l’autorità statuale titolare di facoltà d’indirizzo ma pure prescrittive. E dato che Keynes assume che il mercato sia diviso in quattro settori (mercato del lavoro, delle merci, dei capitali e della moneta) lo Stato, assodata la sua insindacabile sovranità politica, giuridica e monetaria, deve intervenire con azione sincronica e anticiclica in tutti e quattro.
In prima istanza lo Stato, per incoraggiare gli investimenti privati e creare nuova occupazione, dovrebbe seguire una politica monetaria flessibile, abbassando i tassi dell’interesse, disincentivando così la tesaurizzazione —o l’eccessivo accumulo di risparmi. In seconda battuta, ove questa decisione non fosse sufficiente, lo Stato dovrebbe adottare adeguate politiche fiscali con una imposizione progressiva, così che esso possa attuare una redistribuzione della ricchezza verso i redditi medio-bassi —che per Keynes hanno una più decisa propensione al consumo. Questa politica fiscale dovrebbe anzitutto penalizzare le rendite e la classe rentier dedita alla speculazione finanziaria parassitaria, premiando invece il capitale produttivo incoraggiandolo all’investimento. Infine Keynes proponeva che lo Stato varasse un ampio piano di lavori pubblici, da finanziare cuna una politica di deficit spending, ovvero con l’emissione di prestiti (offrendo titoli di Stato ai propri cittadini) che avrebbero dovuto drenare i risparmi in eccesso (denaro tesaurizzato) e convertirli in investimenti creatori di occupazione e quindi di domanda, assorbendo dunque l’offerta in eccesso.
Questa, esposta in modo certamente schematico ma ci auguriamo obiettiva, la teoria economica di Keynes. Prima di Passare al pensiero di Marx due sole considerazioni. La prima. Ognuno considererà la teoria di Keynes una “teoria di sinistra”. Ed essa infatti lo è, se consideriamo che la sinistra attuale tutta, non escluse le correnti cosiddette “antagoniste”, quando espongono le loro ricette anti-crisi, non fanno che riproporre, il più delle timidamente, le proposte dell’economista borghese inglese. Lo è se infine attribuiamo al sostantivo “sinistra” solo un generico significato descrittivo (senza nessuna qualificazione di classe si darebbe detto un tempo) ed allora tutto è “sinistra”, basta che si al di qua del limes del liberismo economico —per cui, se solo si fosse conseguenti, non solo settori illuminati di borghesia sono “di sinistra”, ma pure fascisti tutti di un pezzo o cattolici reazionari incalliti. La seconda. Occorrerà pur sfatare la leggenda che il capitalismo uscì dalla catastrofica crisi del ’29 grazie all’adozione delle terapie keynesiane. Esse in effetti vennero adottate, non solo negli USA col New Deal roosveltiano e in Gran Bretagna, ma pure nella Germania nazista e nell’Italia fascista (parli del diavolo e spuntano le corna). Ebbene la piena occupazione e la ripresa economica non ci furono né negli USA né in Gran Bretagna. Ci riuscì solo la Germania, altrimenti detto grazie al colossale piano di spesa pubblica finalizzata al riarmo. Solo dopo la seconda grande guerra mondiale il capitalismo imboccò la via di un ciclo lungo di accumulazione e sviluppo e solo dopo la immani distruzioni di forze produttive le ricette keynesiane poterono dare dei risultati.
La teoria di Marx
Marx non nacque economista, ma filosofo della storia. Giunse a sistematici e impressionanti studi economici sul capitalismo moderno dopo la sua più importante e controversa scoperta teorica: il materialismo storico.
Il capitalismo è solo l’ultimo venuto nella processione dei diversi sistemi sociali e, come quelli che l’hanno preceduto, anch’esso è destinato a perire, lasciando il posto, dopo un periodo di convulsioni sociali, ad un sistema nuovo i cui elementi esso contiene in grembo. Occorre quindi: (1) riconoscere di ogni sistema sociale, le fasi di genesi, di sviluppo e di decadenza; (2) individuare le contraddizioni che ogni sistema sociale, nativamente, contiene, e con ciò le ragioni, se il caso le leggi, per cui un dato sistema sociale perisce; (3) identificare quindi le forze sociali rivoluzionarie che spezzano i vecchi rapporti sociali portatrici di un più avanzato sistema sociale e che sono destinate a prendere il sopravvento.
Il fatto che Marx abbia appoggiato la sua analisi del capitalismo su questa base fa dire agli economisti della cattedra che essa è priva di fondamento scientifico. Noi siamo di diversi avviso: riteniamo che l’economia politica possa assurgere al rango di scienza solo in quanto disciplina storico-economica. Marx criticò infatti gli economisti del suo tempo come ideologhi borghesi, in quanto anche loro partivano da una visione (falsa) della storia e del mondo, secondo cui il capitalismo sarebbe eterno e immutabile —la qual cosa li spingeva a compiere un’analisi normativa e superficiale che impediva di coglierne le più intime leggi di movimento del capitalismo. Questa critica marxiana, come ognuno comprende, la si può rivolgere anche a Keynes. Quest’ultimo, come detto, riconosceva alcune contraddizioni del modo capitalistico di produzione, ma come tutti gli economisti borghesi lo privava del suo carattere storico transuente. Di qui l’idea che le contraddizioni di cui esso è vittima fossero appianabili grazie all’intervento correttivo e terapeutico della pubblica autorità, dello Stato cioè, che egli pensava come ente neutrale e salvifico.
Marx la pensava diversamente, e non perché escludesse che in linea di principio lo Stato borghese, proprio in virtù del suo essere strumento della classe dominante nel suo insieme, non potesse svolgere un ruolo suo proprio, ovvero a difesa dell’ordinamento sistemico anche elevandosi sopra la lotta accanita tra le diverse frazioni del capitale. Egli riteneva che il modo capitalistico di produzione, di cui la borghesia è agente, soggiace ad almeno quattro leggi principali: (1) più le sue forze produttive si sviluppano e la concorrenza si fa implacabile, più i profitti sono destinati a scendere; (2) il modo di produzione capitalistico segue una traiettoria ciclica: ad ogni periodo di crescita segue uno di recessione, e quest’ultima è tanto più generale quanto più il boom è stato consistente; (3) il sistema può uscire dalla crisi generale solo in una maniera: distruggendo su ampia scala capitali e forze produttive in eccesso, con conseguenze sociali devastanti; (4) le crisi generali croniche precipitano il sistema sociale in periodi di esplosive convulsioni politiche, che possono sfociare in rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili e guerre tra stati.
Queste quattro leggi fanno capo alla essenziale tendenza del capitalismo, quella di sfociare nelle crisi di sovrapproduzion [sulle crisi di sovrapproduzione vedi: La teoria marxista spiega questa crisi? e Alle origini del declino dell’Occidente], queste possono essere parziali oppure generali, coinvolgendo tutti i comparti e cronicizzarsi. E’ proprio quando l’economia incontra queste crisi generali che immani quantità di capitali e forze produttive debbono essere necessariamente distrutte, con conseguenze sociali catastrofiche, con la società che è sospinta indietro di decenni. Tuttavia è proprio grazie a queste crisi, che attengono alla fisiologia stessa del capitalismo, che esso può far ripartire un nuovo ciclo di crescita, destinato a sua volta e sfociare in una nuova crisi. Lo Stato della borghesia può solo mitigare gli effetti catastrofici delle crisi di sovrapproduzione, differirli nel tempo, non può mai essere risolutivo. In ultima istanza lo Stato non può che adeguarsi alle fisiologiche necessità della classe economicamente dominante e quindi, dentro la crisi generale, passare allo Stato d’eccezione per scaricare i costi della crisi sul lavoro salariato soffocando la sua spinta emancipatrice, e allo Stato di guerra per strappare spazi vitali a capitalismi concorrenti.
La storia ha confermato le analisi di Marx. I suoi detrattori invece lo negano, ricorrendo all’argomento che la sua previsione di un crollo certo del capitalismo è stata invalidata. In verità da nessuna parte Marx ha sostenuto che il capitalismo fosse destinato al crollo, se intendiamo per crollo un evento, o l’esito necessitato di un meccanismo automatico che avrebbe condotto alla sua dipartita. Questo “crollo”, come per altri sistemi storici, avrebbe invece potuto occupare un lungo periodo storico di convulsioni. E ove la classe oppressa si rivelasse incapace di prendere in mano le redini della società, la società potrebbe sprofondare in una barbarie con l’annientamento delle due principali classi in lotta.
Non vi aspettate che Marx abbia consigliato alla borghesia eventuali terapie per venire a capo delle sue crisi generali. Egli era un rivoluzionario non solo perché avrebbe con disprezzo rifiutato questa consulenza, lo era perché, essendo andato alla radice del problema, che le crisi cicliche generali sono il risultato necessario del modo capitalistico di produzione, propose con forza (necessità contro necessità) il dovere di oltrepassare il capitalismo e di edificare sulle sue ceneri un sistema socialista. Cosa infatti ci avrebbe detto Marx davanti a questa nuova crisi generale? Ci avrebbe detto di non indugiare a cercare soluzione parziali e palliativi; ci avrebbe detto di organizzarci ed agire per farla finita una volta per sempre col capitalismo poiché, ammesso che esso possa uscire da questa crisi, ciò avverrebbe con costi sociali inusitati, anzitutto a spese del lavoro salariato e del popolo lavoratore, con la certezza che in un periodo più o meno breve ci sarebbe trovati da capo a dodici, alle prese con un’altra crisi devastante. Ci avrebbe detto di batterci per la sola alternativa pensabile: il socialismo.
Non dobbiamo farci ingannare dalle disquisizioni sofistiche: l’idea del socialismo è di una evidente semplicità, consiste nel fatto che la comunità dovrebbe sottoporre al proprio controllo politico e razionale, al pari delle altre sfere della vita associata, quella basilare, quella economica, finalizzandola al bene comune. Perché tanta insistenza sull’aspetto economico? Per la ragione che è la sfera economica che crea i mezzi per soddisfare la gran parte bisogni primari e vitali dell’uomo, senza realizzare i quali quelli spirituali e culturali sarebbero menomati.
Per realizzare questo controllo sociale, questo è il punto, occorre sottrarre i mezzi di produzione e di scambio dal dominio proprietario della classe capitalistica, che in quanto classe pensa anzitutto a fare i suoi propri egoistici interessi, e diventare, al parti di tutti gli altri beni comuni, proprietà sociale. Avete dunque in mente di statizzare l’economia e di applicare una rigida pianificazione? Per niente. La statizzazione è solo una forma, la più verticale, di socializzazione. Tra la statizzazione verticistica, che farebbe della burocrazia statale un demiurgo autoritario, e la completa e orizzontale autogestione, possono esistere innumerevoli soluzioni mediane. E della stessa pianificazione economica, considerata con orrore dai liberisti, ne esistono svariate modalità. Lo stesso capitalismo, in barba alla “mano invisibile del mercato” conosce plurime forme di pianificazione —cos’altro è la politica economica keynesiana se non una pianificazione generale?. Non solo lo Stato programma e pianifica le sue attività, e il governo “tecnico” (non a caso) di Mario Monti ne è una cristallina espressione: siccome Stato muove la metà circa del Pil italiano esso non solo pianifica fin nei minimi dettagli come reperire le entrare e aumentarle (ovvero come spennare scientificamente il popolo lavoratore graziando i possidenti di grandi capitali, anzitutto finanziari). Fanno altrettanto anche i grandi gruppi monopolistici, che crollerebbero facilmente se non pianificassero fin nei dettagli tutto il ciclo produttivo, dal reperimento delle materie prime alla commercializzazione del prodotto finito. Solo un’economia razionalmente pianificata può debellare la principale calamità che affligge il capitalismo: la sovrapproduzione, ovvero l’incalcolabile sperpero di risorse e di energie consistente nell’accumulare mezzi di produzione e beni (sotto forma di merci) che non solo si riveleranno inutili alla società e dovranno essere distrutti, ma che arrecano danni spesso irreversibili al nostro pianeta.
Che un giorno più o meno lontano possa realizzarsi un “socialismo perfetto”, questo lo decideranno le future generazioni. Questa generazione ha un compito forse più modesto ma decisivo: fare da battistrada, aprire la via al socialismo, sapendo che la rivoluzione sociale è sì una palingenesi ma non una catarsi, che la rivoluzione è pur sempre un processo, fatto di fasi e momenti. Sapendo che occorrerà passare per tappe successive, ognuna concatenata all’altra, ma il cui primo atto è necessariamente strappare, per mezzo della sollevazione del popolo lavoratore, il potere politico statale dalle mani della classe oggi dominante, ovvero dei suoi settori più oltranzisti e liberisti. Solo disponendo di questa leva sarà infatti possibile attuare le grandi e le piccole trasformazioni per una società liberata dalla catene del capitale e per una vita degna di questo nome, non solo per pochi privilegiati, ma per tutti.
lunedì 17 settembre 2012
Ci sono arrivati tutti, ma proprio tutti, anche i falchi monetari. Ma no…di Paolo Barnard
Ci sono arrivati tutti, ma proprio tutti, anche i falchi monetari. Ma no…
Tutto questo è tragicamente serio, ma lasciatemi dire che fra un po’ David Rockefeller arriverà a Roma e ritto su un panchetto davanti a Palazzo Chigi si metterà a urlare “L’Austerità non funziona, idiota!”
Voi cittadini non lo potete sapere, e non ne avete colpa. Ma dovreste saperlo, se esistessero giornalisti e non servi nei media italiani. Ormai tutti gli esperti di finanza e moneta del mondo, anche quelli più ferocemente di destra, stanno scrivendo che il rigore del ‘risanamento’ europeo è un suicidio demenziale. Ma come posso farvi capire?... Immaginate che l’Italia sia una famiglia dove papà predica ai figli un severo rigore cattolico, mentre la Santa Inquisizione gli sta gridando da mesi “Nooo! Non è così! Sbagli tutto!”. La Santa Inquisizione! Dopo che il Papa ci aveva provato anche lui. Ma quel padre di famiglia niente, non ci arriva.
Seguitemi un attimo perché, lo dico da mesi, qui ci giochiamo la democrazia e il destino del 90% dei nostri figli. Ora, dovete sapere che nella storia dell’economia ci sono stati pensatori che mica erano carini con la gente. Hanno sempre lavorato per l’esclusivo interesse delle banche e dei conglomerati industriali, degli speculatori. Erano i monetaristi, coloro che hanno trapanato nella testa di tutti i politici che contano dal 1970 in poi che l’inflazione è Satana in persona, e che si possono sacrificare (letteralmente con la vita in molti casi) milioni di lavoratori pur di impedire a Satana di apparire sui libri contabili dello Stato. Se questi sentivano pronunciare il nome di John Maynard Keynes, facevano due cose: o si segnavano, o accendevano il rogo sotto al malcapitato di turno, e Dio sa quanti economisti hanno visto la loro carriera fulminata per questo motivo. Non sto esagerando, fu una caccia alle streghe dagli anni ’70 in poi. I loro nomi: Tsiang, Friedman, Brunner, Meltzer, Lucas, Sargent, Wallace, Rogoff… Diversi fra questi sono stati insigniti del Premio Nobel. I monetaristi, ok?
Ok, hanno fondato scuole internazionali che hanno un’enorme influenza nella politica dei piani alti, hanno portavoce autorevoli. Uno di questi è Lars Christensen, autore del Market Monetarist, pagina web-punto di riferimento fra i più quotati del monetarismo mondiale. Ed ecco cosa scrive il Market Monetarist sulla crisi dell’Eurozona e in particolare sull’Italia gestita da Monti. Leggete tenendo a mente che chi parla sono le voci, o le anime defunte, dei super falchi del monetarismo di destra di cui sopra (poi spiego, se non vi è chiaro):
“Perché Monti è un disperato? Bé, è semplice – il PIL italiano sta calando fortemente, e in questo modo il rapporto debito/PIL esplode (il debito è una percentuale di un numero, che è il PIL, e ovviamente se questo numero cala, la percentuale del debito appare più grossa, nda). Come gli investitori sanno, la BCE non ha mostrato alcuna intenzione di aiutare il PIL italiano, per cui il rapporto debito/PIL in Italia continuerà a peggiorare, e non importa un accidenti quante Austerità o quanti tagli o quanti aumenti di tasse Monti imporrà al Paese. Ma è semplice! Senza una crescita dell’economia reale, del PIL, l’Italia fallirà di certo. La BCE potrebbe risolvere questa crisi applicando una politica diretta ad aumentare l’economia reale dell’Eurozona, ad aumentare i loro PIL”.
Ora pensate a cosa ha fatto invece Draghi. Ha sfornato un trucco monetario, non di economia reale, per far scendere gli spread e i tassi sui titoli Italiani e Spagnoli, fra l’altro vincolato ad ulteriori Austerità inflitte a noi. Questa è cipria sulla cancrena , letteralmente. Ma da noi Monti e i giornali scrivono gran successo! Tutto va meglio! Mentre alla destra di Monti, Draghi e Merkel, alla loro destra!, i monetaristi gli gridano “L’Austerità non funziona, stolti!”, quello che funziona è che si aiuti l’economia reale, cioè posti di lavoro, aziende, produzione, cioè PIL, con tutta la forza della BCE. Ma no…
Giuro: di fronte agli epigoni del condor rapace Milton Friedman che (solo perché spaventati dalle perdite colossali dei loro affari a causa di questa crisi) rispolverano Keynes, cioè quello che noi stiamo dicendo da tanto tempo, e lo gridano all’Europa, mi viene da piangere.
Vorrei che fosse come dice l’economista Giulio Sapelli, e cioè che solo un uomo della più mediocre università italiana, la Bocconi, può ancora predicare quelle cretinate neoclassiche ignoranti (che per noi diventano tragedie personali). Ma non è così. Monti obbedisce agli ordini tedeschi, ed è un criminale.
Non c’è altra via a questo punto. Fuori da questa oscenità criminosa che si chiama Eurozona. Fuori ora! Now! Cioè questo http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=429
Cibo per la mente
Nuovo ordine mondiale : i moderni Frescobaldi
...Crisi dell’euro, Debiti sovrani e Sovranità nazionali.
mercoledì 5 settembre 2012
Cibo per la Mente
Barnard, la MMT e Grillo. (post a tempo) di Paolo Barnard
Passera si gira e ti dice "Forza, dimmi cosa devo fare allora". E tu cosa gli sai rispondere? di Paolo Barnard
E QUESTO E' UN GIOCO DA BANDITI, AMICI MIEI, CHE SI CHIAMA DEMOCRAZIA ! di Gianni Petrosillo
Il Partito democratico e le mazzette in Puglia di Gianni Lannes
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martedì 4 settembre 2012
Grillo a Rimini il 20 21 ottobre? perchè deve esserci
DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info
Sto chiedendo a Beppe Grillo e al suo movimento di venire a Rimini per “NON ERAVAMO PIIGS, TORNEREMO ITALIA” come osservatore. Non salto sul suo carro, né penso che Grillo, come Grillo è ora, sia una promessa su cui fare affidamento.
Ma Grillo e il M5S possono diventare il più importante partito non d’Italia, ma d’Europa. Ecco come.
Grillo non ha una piattaforma economica di nessuno spessore, e credo che se l’avesse, se avesse l’umiltà di capire che se la deve studiare e formare, sia lui che i suoi simpatizzanti potrebbero dare un contributo enorme alla salvezza di noi persone in questa tragedia.
Lo ribadisco chiaro: Grillo e il suo M5S così come sono ora non servono all’Italia, perché non hanno compreso chi e cosa veramente ha schiavizzato questo Paese. Ma Grillo e il M5S con alle spalle un’autorevole comprensione della macroeconomia monetaria MMT e del Golpe Finanziario Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista possono cambiare l’Italia.
Grillo può, e deve, formare un ministero del Tesoro ombra di assoluta autorevolezza con consulenti come James K. Galbraith (chief strategist), Warren Mosler (politica monetaria di Banca d’Italia, gestione titoli di Stato, stretta regolamentazione bancaria, gestione Borsa), Stephanie Kelton (politiche di spesa per la piena occupazione, pieno Stato Sociale, Previdenza Sociale, stabilità dei prezzi, ), Marshall Auerback (gestione portafoglio risparmi privati, strategie per le imprese, rilancio industriale). Con una macchina del genere, con cioè Keynes, Kalecki, Lerner, Minsky, Godley, Graziani, e 100 anni di economia 'funzionale', il M5S può veramente schierarsi all’altezza della UE e portare l’Italia fuori dal mostro di Bruxelles. Nessuno in Italia o in Europa, fra le formazioni politiche e i movimenti, avrebbe un’autorevolezza economica pari a questa. E l’economia è tutto.
Io so cosa ci stanno facendo, non c’è più spazio per respirare. Offro a un movimento italiano questa possibilità, è il mio compito. Non c’è più spazio per respirare. E così come offro a Grillo questa via, la offro ad altri, a patto che si dimostrino consapevoli della grande serietà della Modern Money Theory, della sua straordinaria potenzialità e dello sforzo che va fatto per capirla e applicarla.
Attendo una risposta da Grillo, grazie.
Paolo Barnard
Fonte: http://paolobarnard.info
Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=433
3.09.2012
paolobarnard.info
Sto chiedendo a Beppe Grillo e al suo movimento di venire a Rimini per “NON ERAVAMO PIIGS, TORNEREMO ITALIA” come osservatore. Non salto sul suo carro, né penso che Grillo, come Grillo è ora, sia una promessa su cui fare affidamento.
Paolo Barnard
Fonte: http://paolobarnard.info
Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=433
3.09.2012
domenica 2 settembre 2012
cibo per la mente
Per tutti coloro che vogliono vedere Barnard collaborare con gli economisti eterodossi italiani. Ok, accetto, ma…
L’Italia si dibatte sotto al Golpe Finanziario. Il popolo, esiguo va detto, di coloro che s’informano oggi d’economia,….
Target 2: siamo tutti seduti su una mina, e gli artificieri sono ignoranti.
Questa è roba difficile, ma la spiego facile, perché è drammatica.
“NON ERAVAMO PIIGS. TORNEREMO ITALIA” Apre il conto corrente per una delle più cruciali tappe della storia italiana.
E’ per la vostra Storia, questo riguarda voi.
Questo è il tuo Premier.
Sono l’unico in Italia a dire queste cose. Vanno ripetute.
L’economista austriaco Friedrich August Hayek così definì il concetto di giustizia sociale:
martedì 28 agosto 2012
Cibo per la Mente
CONFESSIONI DI UN FASCISTA DEL WEB da ILSIMPLICISSIMUS2 (BLOG)
Perché TORNEREMO ITALIA e senza perdono di Paolo Barnard
Incredibile Soros
Gli Stati Europei hanno perso 3000 miliardi di Euro di signoraggio di Domenico Proietti
In crisi di astinenza democratica di Luciano del Vecchio
Saviano è molto peggio della Camorra. Di Paolo Barnard
domenica 26 agosto 2012
Cibo per la mente
Gli Odiosi Designati: prima Berlusconi, adesso le banche.
Di Paolo Barnard
Perché “TORNEREMO ITALIA” e senza perdono.
Di Paolo Barnard
ERF: LA NUOVA SPADA DI BRENNO
Di Monia Benini
O la Costituzione della Repubblica Italiana o l’Unione Europea
Di Stefano D’Andrea
Euro,un fallimento annunciato
da: Maastricht and All That
http://forum.riconquistarelasovranita.it/forum/viewtopic.php?f=10&t=119
Un’uscita pilotata dall’euro
http://nonpiuchicchidimais.wordpress.com/2012/08/24/unuscita-pilotata-dalleuro/#more-626
Un’uscita pilotata dall’euro
Di Daniele Basciu
http://nonpiuchicchidimais.wordpress.com/2012/08/24/unuscita-pilotata-dalleuro/#more-626
giovedì 23 agosto 2012
CIBO PER LA MENTE
1)La Crisi Economica.Marx e la dottrina sociale della Chiesa
Intervista al prof Stefano Zamagli
2)Karl Marx aveva ragione
di Paolo Becchi
di Paolo Becchi
3)NON ERAVAMO I PIIGS. TORNEREMO ITALIA.”
di Paolo Barnard
di Paolo Barnard
4) Bisogna sporcarsi le mani.
di Paolo Barnard
di Paolo Barnard
5) QUELLI CHE...La colpa è del debito pubblico
di Alberto Bagnai
di Alberto Bagnai
6) “DESTRA” E “SINISTRA” SENZA POLITICA
di Gianfranco La Grassa
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10703
di Gianfranco La Grassa
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10703
7) QUELLI CHE: "Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi"
di Alberto Bagnai
di Alberto Bagnai
8) Una società ad immagine di Satana
di Gianni Tirelli
di Gianni Tirelli
9) Euro “Valuta zombie”
di Alessandra Drago
http://www.stampalibera.com/?p=50983#more-50983
di Alessandra Drago
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Stefano Zamagli
lunedì 30 luglio 2012
Cibo per la mente
Uscire dall’euro – se ne parla sempre di più da Associazione Riconquistare la Sovranità di Fabrizio.Tringali
MARIO DRAGHI HA PROMESSO LA LUNADI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
telegraph.co.uk
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mercoledì 25 luglio 2012
NESSUNO VUOLE VEDERE CHE LA SOLUZIONE ESISTE DI GZ cobraf.com
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lunedì 23 luglio 2012
1) Meraviglie del MES, 2) Spagna rivolta dei militari
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CI HANNO TRADITI. MA ADESSO E' FINITA... DI PAOLO BECCHI byoblu.com
Indovinello. Di Paolo Barnard
Indovinate chi ha detto queste cose:
A) L’economia americana stenta a crescere perché la spesa a deficit del governo sta calando significativamente.
(1) il fantasma di Keynes (2) nessuno, impossibile (3) Il Ministro del Tesoro USA Timothy Geithner
B) La crisi americana, al contrario di quella dell’Eurozona, è determinata da fattori che il governo potrebbe totalmente controllare spendendo di più. Gli USA sono penalizzati da troppe tasse e un limite troppo basso di debito pubblico.
(1) il manuale Modern Money Theory (2) un pesce d’aprile di Giannino a Giavazzi (3) Il Ministro del Tesoro USA Timothy Geithner
C) In Europa i tecnocrati al potere non devono lasciare il continente sull’orlo dell’abisso per avere lo strumento con cui strappare ai governi le riforme che vogliono. Ciò stronca la crescita in Europa.
(1) Io (2) quelli che la pensano come me (3) Il Ministro del Tesoro USA Timothy Geithner
per le risposte esatte leggete *
* A) B) C) Timothy Geithner alla CNBC, per la conferenza annuale “Delivering Alpha”
giovedì 19 luglio 2012
martedì 17 luglio 2012
Cibo per la mente
E SE PER L'ITALIA FOSSE MEGLIO USCIRE DALL'EURO ? DI JULES ROBERT
"ITALIA, SERVE LA BANCAROTTA " DI GIOVANNA FAGGIONATO
ITALIA LIBERATA DI GIANNI LANNES
domenica 15 luglio 2012
mercoledì 11 luglio 2012
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