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martedì 5 marzo 2013
giovedì 28 febbraio 2013
Alberto Bagnai: La prevalenza del declino da sinistra in rete
martedì 8 gennaio 2013
Nino Galloni: “La deindustrializzazione italiana voluta da Francia e Germania” di Pier Paolo Flammini
I contrasti con Ciampi e Andreatta. La prevista esplosione del debito pubblico. La riduzione degli investimenti. La svendita degli anni ’90. Maastricht e la moneta unica. Lo spiraglio di Draghi e la sovranità da riconquistare. L’opinione dell’economista allievo di Federico Caffè.
Articolo di Pier Paolo Flammini | 9 ottobre 2012 | 12:49
L’euro, Nino Galloni e “le telefonate di Ciampi a Berlinguer e di Kohl ad Andreotti” (Riviera Oggi); Nino Galloni vi spiega tutto: la nascita dell’euro, la crisi, la nuova “resistenza” italiana. E tre soluzioni (Riviera Oggi, video); Galloni: come siamo arrivati a questo punto e come se ne può uscire (Economia Democratica); Il funzionario oscuro che faceva paura a Kohl e si oppose alla svendita italiana (video Byoblu.com)
Verità che non vengono dette. L’Italia è confinata tra i Piigs (maiali) d’Europa e il pessimismo dilagante, assieme alla corruzione e alla recessione economica, sembrano non lasciare spazio ad inversioni di tendenza.
Nino Galloni, economista, allievo del grande Federico Caffè, funzionario al Ministero del Bilancio, del Tesoro e delle Partecipazioni Statali negli anni ’80, ha vissuto gli ultimi tre decenni in modo spesso ostile rispetto ad alcune scelte che hanno indirizzato l’economia e la società italiana. La sua ricostruzione delle vicende di allora e di oggi e le soluzioni previste crediamo servano da riflessione e da base critica ai tanti politici ed editorialisti che, spesso, ignorano di quel che parlano e scrivono.
A partire dagli anni Novanta, il debito pubblico è diventato il paradigma sul quale basare la solidità di uno Stato, almeno in Europa. La vulgata popolare ritiene che il debito pubblico negli anni ’80 sia dovuto agli sprechi. Lei – e molti altri – sostengono che il raddoppio del debito pubblico negli anni ’80 sia dovuto invece al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro.
“È vero che la giustificazione di questa scelta dell’allora Ministro del Tesoro Andreatta e del Presidente della Banca d’Italia Ciampi risiedeva nel tentativo di ridurre gli sprechi della classe politica di allora. All’epoca ero un giovane funzionario del Ministero del Bilancio e dissi naturalmente che quella scelta avrebbe portato all’esplosione del debito pubblico e alla crescita della disoccupazione giovanile anche oltre il 50%. Si perse la possibilità di emettere titoli di Stato a tassi prestabiliti, perché da quel momento i tassi li ha determinati il mercato, il che equivale a dire un ristretto gruppo di banche in via di privatizzazione che si ponevano in una condizione di ricatto verso il pubblico. Come ho dimostrato nei miei libri, passammo da tassi di interessi reali negativi (ovvero quelli nominali erano inferiori al tasso di inflazione) a tassi reali, tra il 1982 e il 1983, del 6-7%. Questo comportò delle conseguenze disastrose sul debito pubblico: non avvenne alcuna riduzione della spesa pubblica, ma ovviamente un peggioramento. Non potendo tagliare stipendi e spesa corrente, il pagamento degli interessi avvenne riducendo gli investimenti in ricerca, infrastrutture. Ecco che l’Italia iniziò ad accumulare ritardo rispetto agli altri paesi”.
Ha senso rapportare un dato flusso come il Prodotto Interno Lordo con un dato “stock” come il Debito Pubblico? Eppure tutte le politiche economiche e fiscali degli ultimi 20 anni si basano su questo “chimerico” rapporto.
“Il debito è uno stock, il Pil un flusso: alla prima lezione di economia si impara a non confondere queste due grandezze. A noi interessa, piuttosto, un altro dato flusso, la spesa per interessi sul debito. In Giappone c’è un grandissimo debito pubblico eppure gli interessi sono all’1%; in Italia invece si pagano alti interessi, nonostante abbiamo l’avanzo primario (differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi passivi, ndr) più grande di tutto l’Occidente. Gli stolti si rallegrano di questo dato, perché credono sia un bene che lo Stato incassi più di quanto spenda: questo invece è l’esatto motivo per cui l’Italia è in recessione più che negli altri paesi, perché i cittadini e le imprese pagano più di quel che ricevono, e si impoveriscono”.
Il divorzio Banca d’Italia/Tesoro seguì di un paio d’anni la costituzione del Serpente Monetario Europeo. Da una parte si impedì allo Stato di finanziare a costo zero la propria spesa pubblica, dall’altra gli si impose di difendere un cambio di valuta fisso o quasi. Ci sono relazioni tra questi due eventi, poi culminati in Maastricht e nell’euro?
“Sicuramente entrambe le misure sono collegate, e rientrano in un contesto storico occidentale in cui si voleva rendere responsabili gli Stati rispetto alla propria bilancia dei pagamenti. Fino agli anni Settanta, ad un aumento della spesa pubblica si verificava un incremento della forza lavoro ma poi, a causa del cambiamento delle attitudini di consumo, ad un aumento della spesa pubblica corrispose un aumento delle importazioni di beni esteri (anche perché non vi era più il sistema regolatorio di Bretton Woods). Si creavano così disavanzi commerciali con la conseguenza di un aumento dei tassi di interesse, per attrarre capitali che bilanciassero il disavanzo. Le due scelte (divorzio e Sme) furono il preludio al Trattato di Maastricht, all’euro e alla perdita di sovranità”.
Lei afferma che questa crisi non è ciclica, ma sistemica: si tratterebbe della fine del sistema nato negli anni ’80, ovvero della globalizzazione incentrata sulle esportazioni, perché non sostenibile nel lungo periodo. Secondo lei si dovrebbe andare verso un sistema di tipo protezionistico?
“Non credo nel protezionismo, ma bisogna raggiungere un sistema in cui si cerca di sviluppare la domanda interna con un import/export più moderato. La bilancia commerciale deve tornare ad essere più equilibrata perché non è matematicamente possibile che tutti gli Stati del mondo siano in surplus commerciale. Questo è stato uno degli effetti perversi di questa globalizzazione in cui vincono i più furbi, ovvero chi pratica prezzi più bassi soprattutto nel settore del lavoro. Sarà molto interessante sapere quale sarà la decisione di politica economica del Partito Comunista Cinese, che potrebbe proprio riconvertire l’economia cinese verso l’interno anziché l’estero”.
La de-industrializzazione italiana e la crisi attuale si spiegano soltanto con le questioni monetarie e le politiche economiche pubbliche, o vi è anche – come sostengono i neoliberisti – un ritardo nell’innovazione dell’imprenditoria italiana?
“Non è che gli imprenditori italiani all’improvviso abbiano smesso di saper fare il proprio mestiere. Ci sono delle cause che hanno provocato il ritardo di una parte dell’imprenditoria italiana, e non viceversa come qualcuno sostiene. Nell’ordine: 1) l’accordo per l’unificazione monetaria voluto da Francia e Germania al tempo di Maastricht mirava alla de-industrializzazione dell’Italia; 2) la svendita del patrimonio pubblico e delle partecipazioni statali avvenuta negli anni ’90 ha provocato un indebolimento della struttura economica nazionale, a beneficio del lucro di qualcuno; 3) un sistema bancario che non funziona più come in precedenza e non sostiene le imprese, e per questo occorre ripristinarela Glass-Stegall per evitare che banche siano attratte dalla speculazione finanziaria anziché dall’economia reale; 4) la perdita della sovranità monetaria ha colpito la capacità dello Stato di creare infrastrutture senza dipendere esclusivamente dai privati; 5) e quindi lo Stato ha cessato di essere un elemento “amico” delle imprese, il che sarebbe la sua funzione basilare nel sistema economico”.
Possiamo dire alle famiglie che i tagli alla scuola, alla sanità, le tasse, l’Imu, insomma tutta “l’austerità” deriva non da scelte obbligate, ma da scelte consapevoli delle élite franco-tedesche in particolare, ma anche italiane?
“Credo sia una approssimazione rischiosa. I tagli e le tasse sono una scelta deliberata del governo attuale il quale crede erroneamente che vi possa essere una ripresa dell’economia con tagli alla spesa pubblica e quindi incidendo sui redditi delle famiglie. Ovviamente queste scelte conducono ad una recessione”.
Lei sostiene che occorre uscire dall’euro il prima possibile? O si rischia anche di innescare politiche nazionalistiche? Molti temono che l’uscita dall’euro significhi una austerità ancor maggiore, ma senza solidarietà extra-nazionale.
“L’euro può anche essere trasformato in una vera moneta sovrana. Se ad esempio si ritiene che gli Stati debbano essere in pareggio di bilancio,la Banca Centrale Europea potrebbe spendere tranquillamente a deficit per coprire le spese necessarie agli investimenti pubblici produttivi. Naturalmente dovrebbe essere una moneta sovrana, non ancorata al debito pubblico in questo caso europeo, perché altrimenti si riprodurrebbero gli stessi problemi che abbiamo attualmente a livello nazionale”.
La Banca Centrale Europea ha per obiettivo il contenimento l’inflazione. Ma è possibile che rifinanziando la spesa pubblica, si crei iper-inflazione? O è un falso mito?
“Occorre dire chela Bce aveva un solo obiettivo, ovvero la lotta all’inflazione. Draghi ha dimostrato che si possono fare politiche diverse, anche se per ora solo a favore delle banche. C’è stata l’apertura alla possibilità che la Bce acquisti titoli di Stato, e quindi questa mossa andrà sfruttata politicamente affinché si possa passare a degli investimenti pubblici che aiutino le imprese. Queste operazioni della Bce possono causare iperinflazione se vengono attuate a favore della finanza speculativa, come con i derivati, che rischiano di creare masse monetarie enormi senza ricadute sulla produzione reale. Se invece sono impiegate per la spesa pubblica e gli investimenti non vi è alcun rischio perché l’immissione di denaro sarebbe immediatamente mitigata da un aumento della domanda e della produzione”.
Lei era un funzionario statale al tempo della Prima Repubblica. Quello che afferma, però, sembra eretico se confrontato con la discussione sulla stampa nazionale e nella politica dove vige il pensiero unico neoliberista. Come è stato possibile tutto ciò?
“Le mie posizioni erano molto note già negli anni ’80, avevo un piccolo ruolo nella Democrazia Cristiana ma anche altri partiti mi vedevano come un punto di riferimento per le mie visioni economiche alternative. Ricordo bene come Mario Schimberni, socialista, mi chiese un approfondimento riguardante le mie tesi monetarie, valutandole come alternative a quelle di Ciampi e Andreatta, ma poi il mio lavoro fu fatto marcire in un cassetto nonostante seppi poi che piacquero all’allora vicepresidente di Bankitalia, Antonio Fazio. Ma lo seppi solo nel 1990, quando Fazio si congratulò con me per la mia nomina di direttore al Ministero del Lavoro”.
Il suo intervento al Summit Mmt di Rimini, lo scorso febbraio, fu molto apprezzato. Ritiene che le ricette degli economisti americani della Mmt possano aiutare l’Italia e il Sud Europa?
“Le loro proposte conducono a soluzioni molto utili e praticabili. Occorre stare attenti a non ripetere gli errori del keynesismo classico, quando si rischiò di dare incentivo alle importazioni; inoltre bisognerebbe approfondire le tematiche relative ai rapporti di lavoro. C’è poi un rischio, sottolineato da Lidia Undiemi, ovvero il pericolo che tutto venga ricondotto alla monetarizzazione degli squilibri finanziari come unica causa del malessere dell’economia e della società, senza poi incidere sulle cause strutturali di queste derive”.
http://www.rivieraoggi.it/2012/10/09/151896/nino-galloni-la-deindustrializzazione-italiana-voluta-da-francia-e-germania/
Così come Berlusconi si dimise senza un voto di sfiducia del Parlamento, ugualmente Monti si è dimesso senza un voto di sfiducia del Parlamento.
Napolitano annunciò la data delle elezioni anticipate quando il Parlamento non era ancora dissolto e il governo era ancora in carica.
Il fatto che le scelte politiche cruciali avvengano senza tener conto del Parlamento che dovrebbe esprimere la sovranità popolare, conferma che siamo già in un contesto estraneo alla democrazia sostanziale.
L’insieme delle istituzioni non sono più rappresentative della volontà popolare. Il Parlamento è formato da deputati e senatori designati, non essendoci più il voto di preferenza, ciò che fa venir meno il fulcro della democrazia sostanziale, ovvero il rapporto fiduciario tra l’elettore e l’eletto. Il capo dello Stato è designato da un Parlamento di designati. E il capo del governo è stato calato dall’alto dai poteri finanziari globalizzati.
Quando il 16 novembre 2011 Monti giurò sulla Costituzione di «esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione», giurò il falso.
Quel giorno Monti era ancora consulente internazionale della Goldman Sachs, la più grande e potente banca d’affari al mondo; membro del Consiglio Direttivo del «club Bilderberg», il salotto più esclusivo dei potenti della finanza e dell’economia nel mondo; presidente del gruppo europeo della «Commissione Trilaterale»; membro del «Comitato consultivo di alto livello per l’Europa» di Moody’s, una delle tre maggiori agenzie di rating al mondo. Soltanto 9 giorni dopo, il 24 novembre, con un dispaccio dell’Ansa delle 11.36 dal titolo «Monti lasciala Bocconi e altri incarichi», abbiamo appreso che «Monti ha lasciato poi tutti gli incarichi che ha come consulente Goldman Sachs, presidente europeo della Trilaterale e nel comitato direttivo Bildelberg».
Ebbene è del tutto evidente che l’interesse nazionale dell’Italia non coincide, all’opposto confligge, con quello delle istituzioni finanziarie globalizzate che hanno creato il cancro dei titoli derivati tossici, che ammontano a 787mila miliardi di dollari pari a 12 volte il Pil mondiale, il cui interesse è di riciclare questo denaro virtuale mettendo le mani sull’economia reale e sulle imprese che producono beni e servizi. E se la mafia, per riciclare il denaro sporco frutto di attività illecite, le basta avere a disposizione singoli politici, dirigenti pubblici e imprenditori, la speculazione finanziaria globalizzata per riciclare un ammontare stratosferico di titoli spazzatura deve controllare direttamente i governi degli Stati.
Il fatto che Monti sia espressione di queste istituzioni finanziarie è stato da lui stesso ammesso. Il fatto che queste istituzioni siano responsabili della speculazione finanziaria è assodato. È un dato di fatto che il primo anno del governo Monti corrisponde alla perpetrazione del crimine dell’uccisione della democrazia sostanziale.
Così come stiamo assistendo alla perpetrazione del crimine della spogliazione totale della sovranità dell’Italia vincolando qualsiasi governo a sottomettersi alle imposizioni del Trattato europeo di stabilità finanziaria. La conseguenza è che si sta perpetrando il terzo crimine della trasformazione di uno Stato ricco in una popolazione povera e di imprese creditrici in imprenditori falliti.
Sono questi gli ingredienti manifesti e indubbi della congiura ai danni dell’Italia e degli italiani.
Lo “stato” parassitario non promette nulla di buono!
Tratto da Stampa libera
Articolo di Pier Paolo Flammini | 9 ottobre 2012 | 12:49
L’euro, Nino Galloni e “le telefonate di Ciampi a Berlinguer e di Kohl ad Andreotti” (Riviera Oggi); Nino Galloni vi spiega tutto: la nascita dell’euro, la crisi, la nuova “resistenza” italiana. E tre soluzioni (Riviera Oggi, video); Galloni: come siamo arrivati a questo punto e come se ne può uscire (Economia Democratica); Il funzionario oscuro che faceva paura a Kohl e si oppose alla svendita italiana (video Byoblu.com)
Nino Galloni, economista, allievo del grande Federico Caffè, funzionario al Ministero del Bilancio, del Tesoro e delle Partecipazioni Statali negli anni ’80, ha vissuto gli ultimi tre decenni in modo spesso ostile rispetto ad alcune scelte che hanno indirizzato l’economia e la società italiana. La sua ricostruzione delle vicende di allora e di oggi e le soluzioni previste crediamo servano da riflessione e da base critica ai tanti politici ed editorialisti che, spesso, ignorano di quel che parlano e scrivono.
A partire dagli anni Novanta, il debito pubblico è diventato il paradigma sul quale basare la solidità di uno Stato, almeno in Europa. La vulgata popolare ritiene che il debito pubblico negli anni ’80 sia dovuto agli sprechi. Lei – e molti altri – sostengono che il raddoppio del debito pubblico negli anni ’80 sia dovuto invece al divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro.
“È vero che la giustificazione di questa scelta dell’allora Ministro del Tesoro Andreatta e del Presidente della Banca d’Italia Ciampi risiedeva nel tentativo di ridurre gli sprechi della classe politica di allora. All’epoca ero un giovane funzionario del Ministero del Bilancio e dissi naturalmente che quella scelta avrebbe portato all’esplosione del debito pubblico e alla crescita della disoccupazione giovanile anche oltre il 50%. Si perse la possibilità di emettere titoli di Stato a tassi prestabiliti, perché da quel momento i tassi li ha determinati il mercato, il che equivale a dire un ristretto gruppo di banche in via di privatizzazione che si ponevano in una condizione di ricatto verso il pubblico. Come ho dimostrato nei miei libri, passammo da tassi di interessi reali negativi (ovvero quelli nominali erano inferiori al tasso di inflazione) a tassi reali, tra il 1982 e il 1983, del 6-7%. Questo comportò delle conseguenze disastrose sul debito pubblico: non avvenne alcuna riduzione della spesa pubblica, ma ovviamente un peggioramento. Non potendo tagliare stipendi e spesa corrente, il pagamento degli interessi avvenne riducendo gli investimenti in ricerca, infrastrutture. Ecco che l’Italia iniziò ad accumulare ritardo rispetto agli altri paesi”.
Ha senso rapportare un dato flusso come il Prodotto Interno Lordo con un dato “stock” come il Debito Pubblico? Eppure tutte le politiche economiche e fiscali degli ultimi 20 anni si basano su questo “chimerico” rapporto.
“Il debito è uno stock, il Pil un flusso: alla prima lezione di economia si impara a non confondere queste due grandezze. A noi interessa, piuttosto, un altro dato flusso, la spesa per interessi sul debito. In Giappone c’è un grandissimo debito pubblico eppure gli interessi sono all’1%; in Italia invece si pagano alti interessi, nonostante abbiamo l’avanzo primario (differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi passivi, ndr) più grande di tutto l’Occidente. Gli stolti si rallegrano di questo dato, perché credono sia un bene che lo Stato incassi più di quanto spenda: questo invece è l’esatto motivo per cui l’Italia è in recessione più che negli altri paesi, perché i cittadini e le imprese pagano più di quel che ricevono, e si impoveriscono”.
Il divorzio Banca d’Italia/Tesoro seguì di un paio d’anni la costituzione del Serpente Monetario Europeo. Da una parte si impedì allo Stato di finanziare a costo zero la propria spesa pubblica, dall’altra gli si impose di difendere un cambio di valuta fisso o quasi. Ci sono relazioni tra questi due eventi, poi culminati in Maastricht e nell’euro?
“Sicuramente entrambe le misure sono collegate, e rientrano in un contesto storico occidentale in cui si voleva rendere responsabili gli Stati rispetto alla propria bilancia dei pagamenti. Fino agli anni Settanta, ad un aumento della spesa pubblica si verificava un incremento della forza lavoro ma poi, a causa del cambiamento delle attitudini di consumo, ad un aumento della spesa pubblica corrispose un aumento delle importazioni di beni esteri (anche perché non vi era più il sistema regolatorio di Bretton Woods). Si creavano così disavanzi commerciali con la conseguenza di un aumento dei tassi di interesse, per attrarre capitali che bilanciassero il disavanzo. Le due scelte (divorzio e Sme) furono il preludio al Trattato di Maastricht, all’euro e alla perdita di sovranità”.
Lei afferma che questa crisi non è ciclica, ma sistemica: si tratterebbe della fine del sistema nato negli anni ’80, ovvero della globalizzazione incentrata sulle esportazioni, perché non sostenibile nel lungo periodo. Secondo lei si dovrebbe andare verso un sistema di tipo protezionistico?
“Non credo nel protezionismo, ma bisogna raggiungere un sistema in cui si cerca di sviluppare la domanda interna con un import/export più moderato. La bilancia commerciale deve tornare ad essere più equilibrata perché non è matematicamente possibile che tutti gli Stati del mondo siano in surplus commerciale. Questo è stato uno degli effetti perversi di questa globalizzazione in cui vincono i più furbi, ovvero chi pratica prezzi più bassi soprattutto nel settore del lavoro. Sarà molto interessante sapere quale sarà la decisione di politica economica del Partito Comunista Cinese, che potrebbe proprio riconvertire l’economia cinese verso l’interno anziché l’estero”.
La de-industrializzazione italiana e la crisi attuale si spiegano soltanto con le questioni monetarie e le politiche economiche pubbliche, o vi è anche – come sostengono i neoliberisti – un ritardo nell’innovazione dell’imprenditoria italiana?
“Non è che gli imprenditori italiani all’improvviso abbiano smesso di saper fare il proprio mestiere. Ci sono delle cause che hanno provocato il ritardo di una parte dell’imprenditoria italiana, e non viceversa come qualcuno sostiene. Nell’ordine: 1) l’accordo per l’unificazione monetaria voluto da Francia e Germania al tempo di Maastricht mirava alla de-industrializzazione dell’Italia; 2) la svendita del patrimonio pubblico e delle partecipazioni statali avvenuta negli anni ’90 ha provocato un indebolimento della struttura economica nazionale, a beneficio del lucro di qualcuno; 3) un sistema bancario che non funziona più come in precedenza e non sostiene le imprese, e per questo occorre ripristinare
Possiamo dire alle famiglie che i tagli alla scuola, alla sanità, le tasse, l’Imu, insomma tutta “l’austerità” deriva non da scelte obbligate, ma da scelte consapevoli delle élite franco-tedesche in particolare, ma anche italiane?
“Credo sia una approssimazione rischiosa. I tagli e le tasse sono una scelta deliberata del governo attuale il quale crede erroneamente che vi possa essere una ripresa dell’economia con tagli alla spesa pubblica e quindi incidendo sui redditi delle famiglie. Ovviamente queste scelte conducono ad una recessione”.
Lei sostiene che occorre uscire dall’euro il prima possibile? O si rischia anche di innescare politiche nazionalistiche? Molti temono che l’uscita dall’euro significhi una austerità ancor maggiore, ma senza solidarietà extra-nazionale.
“L’euro può anche essere trasformato in una vera moneta sovrana. Se ad esempio si ritiene che gli Stati debbano essere in pareggio di bilancio,
“Occorre dire che
Lei era un funzionario statale al tempo della Prima Repubblica. Quello che afferma, però, sembra eretico se confrontato con la discussione sulla stampa nazionale e nella politica dove vige il pensiero unico neoliberista. Come è stato possibile tutto ciò?
“Le mie posizioni erano molto note già negli anni ’80, avevo un piccolo ruolo nella Democrazia Cristiana ma anche altri partiti mi vedevano come un punto di riferimento per le mie visioni economiche alternative. Ricordo bene come Mario Schimberni, socialista, mi chiese un approfondimento riguardante le mie tesi monetarie, valutandole come alternative a quelle di Ciampi e Andreatta, ma poi il mio lavoro fu fatto marcire in un cassetto nonostante seppi poi che piacquero all’allora vicepresidente di Bankitalia, Antonio Fazio. Ma lo seppi solo nel 1990, quando Fazio si congratulò con me per la mia nomina di direttore al Ministero del Lavoro”.
Il suo intervento al Summit Mmt di Rimini, lo scorso febbraio, fu molto apprezzato. Ritiene che le ricette degli economisti americani della Mmt possano aiutare l’Italia e il Sud Europa?
“Le loro proposte conducono a soluzioni molto utili e praticabili. Occorre stare attenti a non ripetere gli errori del keynesismo classico, quando si rischiò di dare incentivo alle importazioni; inoltre bisognerebbe approfondire le tematiche relative ai rapporti di lavoro. C’è poi un rischio, sottolineato da Lidia Undiemi, ovvero il pericolo che tutto venga ricondotto alla monetarizzazione degli squilibri finanziari come unica causa del malessere dell’economia e della società, senza poi incidere sulle cause strutturali di queste derive”.
http://www.rivieraoggi.it/2012/10/09/151896/nino-galloni-la-deindustrializzazione-italiana-voluta-da-francia-e-germania/
Così come Berlusconi si dimise senza un voto di sfiducia del Parlamento, ugualmente Monti si è dimesso senza un voto di sfiducia del Parlamento.
Napolitano annunciò la data delle elezioni anticipate quando il Parlamento non era ancora dissolto e il governo era ancora in carica.
Il fatto che le scelte politiche cruciali avvengano senza tener conto del Parlamento che dovrebbe esprimere la sovranità popolare, conferma che siamo già in un contesto estraneo alla democrazia sostanziale.
L’insieme delle istituzioni non sono più rappresentative della volontà popolare. Il Parlamento è formato da deputati e senatori designati, non essendoci più il voto di preferenza, ciò che fa venir meno il fulcro della democrazia sostanziale, ovvero il rapporto fiduciario tra l’elettore e l’eletto. Il capo dello Stato è designato da un Parlamento di designati. E il capo del governo è stato calato dall’alto dai poteri finanziari globalizzati.
Quando il 16 novembre 2011 Monti giurò sulla Costituzione di «esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione», giurò il falso.
Quel giorno Monti era ancora consulente internazionale della Goldman Sachs, la più grande e potente banca d’affari al mondo; membro del Consiglio Direttivo del «club Bilderberg», il salotto più esclusivo dei potenti della finanza e dell’economia nel mondo; presidente del gruppo europeo della «Commissione Trilaterale»; membro del «Comitato consultivo di alto livello per l’Europa» di Moody’s, una delle tre maggiori agenzie di rating al mondo. Soltanto 9 giorni dopo, il 24 novembre, con un dispaccio dell’Ansa delle 11.36 dal titolo «Monti lascia
Ebbene è del tutto evidente che l’interesse nazionale dell’Italia non coincide, all’opposto confligge, con quello delle istituzioni finanziarie globalizzate che hanno creato il cancro dei titoli derivati tossici, che ammontano a 787mila miliardi di dollari pari a 12 volte il Pil mondiale, il cui interesse è di riciclare questo denaro virtuale mettendo le mani sull’economia reale e sulle imprese che producono beni e servizi. E se la mafia, per riciclare il denaro sporco frutto di attività illecite, le basta avere a disposizione singoli politici, dirigenti pubblici e imprenditori, la speculazione finanziaria globalizzata per riciclare un ammontare stratosferico di titoli spazzatura deve controllare direttamente i governi degli Stati.
Il fatto che Monti sia espressione di queste istituzioni finanziarie è stato da lui stesso ammesso. Il fatto che queste istituzioni siano responsabili della speculazione finanziaria è assodato. È un dato di fatto che il primo anno del governo Monti corrisponde alla perpetrazione del crimine dell’uccisione della democrazia sostanziale.
Così come stiamo assistendo alla perpetrazione del crimine della spogliazione totale della sovranità dell’Italia vincolando qualsiasi governo a sottomettersi alle imposizioni del Trattato europeo di stabilità finanziaria. La conseguenza è che si sta perpetrando il terzo crimine della trasformazione di uno Stato ricco in una popolazione povera e di imprese creditrici in imprenditori falliti.
Sono questi gli ingredienti manifesti e indubbi della congiura ai danni dell’Italia e degli italiani.
Lo “stato” parassitario non promette nulla di buono!
Tratto da Stampa libera
lunedì 26 novembre 2012
chi sono i maiali da salvare?
Chi sono i maiali da salvare?

In Europa dicono che siamo Pigs, maiali, e ci ricordano costantemente che dobbiamo essere salvati. Eppure, proprio all’Europa abbiamo dato più soldi di quanti non ne abbiamo presi. Tra il 2000 e il 2011 abbiamo versato nelle casse di Bruxelles 145 miliardi di euro, e ne abbiamo ricevuti 120. Abbiamo cioè lasciato giù 25 miliardi secchi: 50mila miliardi di lire. Non male, per essere considerati "maiali da salvare".
Ma noi siamo brutti, sporchi e cattivi: abbiamo "la casta", una specie di scabbia che si prende insieme alla cittadinanza. In Europa al contrario sono tutti campioni di rigore, onestà e trasparenza. Come accadde quando qualcuno si prese la briga di controllare cosa combinava la Commissione Santer, e scoprì che si verificava una gravissima malagestione dei fondi, che in alcuni casi venivano anche "distratti", e per non farsi mancare niente assumevano a manetta anche parenti e amici (tecnicamente, si chiama nepotismo e familismo). Tutti i commissari furono costretti a dimettersi perché, fu scritto testualmente, "non potevano non sapere". Tra quei commissari c'erano Mario Monti ed Emma Bonino. Ma non ditelo al Corriere della Sera, non amano ricordarlo.
Qualcuno ha poi fatto le pulci all'utilizzo che dei fondi - compresi i nostri 50mila miliardi di lire - si fa a Bruxelles. Ne sono uscite fuori cose interessanti. Ve ne elenco qualcuna:
- 411mila euro per un centro fitness per cani, che non è mai stato costruito.
- 900mila euro per corsi di golf, hotel, piscine e centri benessere che hanno ospitato Angela Merkel.
- 5 milioni in limousine per i parlamentari europei.
- 1 milione e 600mila euro al Re di Svezia travolto dagli scandali sessuali, per coprire le sue perdite finanziarie.
- Oltre 5 milioni per un centro culturale, una specie di “bocciofila” evoluta in Lussemburgo per burocrati europei molto snob.
- 5 milioni e mezzo per una città del lusso in Ungheria, con tanto di finto Ponte dei Sospiri.
- 7 milioni per un finto paesaggio canadese che scimmiotta lo Yukon, allo zoo di Hannover.
- 44 mila euro in cocktails per festeggiamenti.
- 150mila euro a Londra per corsi di golf e per dare la caccia alla volpe.
- 40mila euro in regali per il Consiglio d'Europa.
- 238 euro a parlamentare in cartoline.
- 57mila euro per una orchestra europea fatta di soli joystick da computer, quelle graziose levette che servono per giocare.
- 2milioni e mezzo per la costruzione di un villaggio romano in Germania.
- Quasi 1 milione e mezzo nello sviluppo di videogiochi.
- 16mila euro a contadini tirolesi per potenziare la loro connessione emotiva con il paesaggio.
- 7 milioni e mezzo di fondi europei all'Andalucia, che li ha utilizzati per spiegare a cosa servono i fondi europei.
E come dimenticare il pezzo della TV tedesca che inseguiva Giorgio Napolitano all'aeroporto - un vero e proprio cult - , chiedendogli conto dei rimborsi per i voli da Bruxelles a Roma e viceversa, per i quali percepiva 800 euro a tratta, spendendone tuttavia solo 90 grazie ai voli low-cost?
Ma l'Europa è una gran figata, mentre noi abbiamo "la casta". Nel frattempo, abbiamo già pagato 15 miliardi di anticipo per il fondo salva-stati che, intanto che aspettiamo di essere salvati, sono già stati investiti nel cosiddetto Club della Tripla A, cioè in titoli di stato tedeschi, olandesi, svedesi, finlandesi, inglesi, danesi. Stiamo togliendo il pane di bocca ai nostri imprenditori per finanziare le loro economie.
Allora: chi sono i maiali da salvare?
Fonte: http://www.byoblu.com/post/2012/11/24/CHI-SONO-I-MAIALI-DA-SALVARE.aspx
In Europa dicono che siamo Pigs, maiali, e ci ricordano costantemente che dobbiamo essere salvati. Eppure, proprio all’Europa abbiamo dato più soldi di quanti non ne abbiamo presi. Tra il 2000 e il 2011 abbiamo versato nelle casse di Bruxelles 145 miliardi di euro, e ne abbiamo ricevuti 120. Abbiamo cioè lasciato giù 25 miliardi secchi: 50mila miliardi di lire. Non male, per essere considerati "maiali da salvare".
Ma noi siamo brutti, sporchi e cattivi: abbiamo "la casta", una specie di scabbia che si prende insieme alla cittadinanza. In Europa al contrario sono tutti campioni di rigore, onestà e trasparenza. Come accadde quando qualcuno si prese la briga di controllare cosa combinava la Commissione Santer, e scoprì che si verificava una gravissima malagestione dei fondi, che in alcuni casi venivano anche "distratti", e per non farsi mancare niente assumevano a manetta anche parenti e amici (tecnicamente, si chiama nepotismo e familismo). Tutti i commissari furono costretti a dimettersi perché, fu scritto testualmente, "non potevano non sapere". Tra quei commissari c'erano Mario Monti ed Emma Bonino. Ma non ditelo al Corriere della Sera, non amano ricordarlo.
Qualcuno ha poi fatto le pulci all'utilizzo che dei fondi - compresi i nostri 50mila miliardi di lire - si fa a Bruxelles. Ne sono uscite fuori cose interessanti. Ve ne elenco qualcuna:
- 411mila euro per un centro fitness per cani, che non è mai stato costruito.
- 900mila euro per corsi di golf, hotel, piscine e centri benessere che hanno ospitato Angela Merkel.
- 5 milioni in limousine per i parlamentari europei.
- 1 milione e 600mila euro al Re di Svezia travolto dagli scandali sessuali, per coprire le sue perdite finanziarie.
- Oltre 5 milioni per un centro culturale, una specie di “bocciofila” evoluta in Lussemburgo per burocrati europei molto snob.
- 5 milioni e mezzo per una città del lusso in Ungheria, con tanto di finto Ponte dei Sospiri.
- 7 milioni per un finto paesaggio canadese che scimmiotta lo Yukon, allo zoo di Hannover.
- 44 mila euro in cocktails per festeggiamenti.
- 150mila euro a Londra per corsi di golf e per dare la caccia alla volpe.
- 40mila euro in regali per il Consiglio d'Europa.
- 238 euro a parlamentare in cartoline.
- 57mila euro per una orchestra europea fatta di soli joystick da computer, quelle graziose levette che servono per giocare.
- 2milioni e mezzo per la costruzione di un villaggio romano in Germania.
- Quasi 1 milione e mezzo nello sviluppo di videogiochi.
- 16mila euro a contadini tirolesi per potenziare la loro connessione emotiva con il paesaggio.
- 7 milioni e mezzo di fondi europei all'Andalucia, che li ha utilizzati per spiegare a cosa servono i fondi europei.
E come dimenticare il pezzo della TV tedesca che inseguiva Giorgio Napolitano all'aeroporto - un vero e proprio cult - , chiedendogli conto dei rimborsi per i voli da Bruxelles a Roma e viceversa, per i quali percepiva 800 euro a tratta, spendendone tuttavia solo 90 grazie ai voli low-cost?
Ma l'Europa è una gran figata, mentre noi abbiamo "la casta". Nel frattempo, abbiamo già pagato 15 miliardi di anticipo per il fondo salva-stati che, intanto che aspettiamo di essere salvati, sono già stati investiti nel cosiddetto Club della Tripla A, cioè in titoli di stato tedeschi, olandesi, svedesi, finlandesi, inglesi, danesi. Stiamo togliendo il pane di bocca ai nostri imprenditori per finanziare le loro economie.
Allora: chi sono i maiali da salvare?
Fonte: http://www.byoblu.com/post/2012/11/24/CHI-SONO-I-MAIALI-DA-SALVARE.aspx
giovedì 8 novembre 2012
Cibo per la Mente
CIBO PER LA MENTE
Il fallimento dell’austerity. La sinistra si interroghi sulla permanenza nell’euro
di Emiliano Brancaccio (Pubblico, 6 novembre 2012)
L’aspetto più inquietante dell’ultimo rapporto ISTAT non risiede nella notizia che la disoccupazione in Italia ha fatto registrare l’ennesimo picco. L’allarme principale riguarda il 2013: per l’anno prossimo l’istituto nazionale di statistica prevede ancora recessione e un incremento ancor più accentuato dei senza lavoro……
Salvatore Tamburro i Dati dell’Austerity
Armi psicotrope in grado di manipolare vaste masse di persone su scala Globale.
Fusione Fredda: l’UE nega il brevetto dell’E- CAT dell’ingegnere Andrea Rossi
lunedì 5 novembre 2012
piccoli Prodi fioriscono di Alberto Bagnai
(da Linate)
Sono molto stanco e, per motivi che saranno chiari leggendo, anche abbastanza disgustato dalla piega che le cose stanno prendendo, come credo lo siano molti di voi. Mi affatica soprattutto dover ripetere sempre le stesse cose, e mi sconforta la povertà culturale di certi dibattiti. Purtroppo sottrarsi ad essi non è possibile, per un motivo molto semplice. La crisi dell’Eurozona è in primo luogo una crisi politica, è la crisi di un certo modello di politica: quello deliberatamente e dichiaratamente impostato sull’uso della crisi economica come strumento di coercizione, finalizzato a condure le masse dove le élites illuminate desiderano che esse vadano (guardate tutte le citazioni/confessioni nella discussione di questo post).
Quindi, alla divulgazione tecnica, che è uno snodo essenziale del ragionamento e non può essere condotta con slogan “facilisti” (con buona pace del Donaldo furioso, che infatti si sta sgretolando), deve affiancarsi necessariamente una riflessione politica. Facilismo, ricordiamolo, fa rima con fascismo. Questo per l’analisi. Sarebbe poi bello poter affiancare alla riflessione una proposta politica... ma ora ne parliamo, appunto.
Ricevo da un giovine (con la ”i” di... fate un po’ voi) una simpatica lettera che vi riporto in extenso:
Salve Prof. Bagnai, da qualche mese leggo con piacere gli articoli pubblicati nel suo blog Goofynomics. Le sue teorie nei confronti dell’Euro , del Mes e del Fiscal Compact mi trovano completamente d’accordo e per questo volevo chiederle un’opinione su un tema che mi sta profondamente a cuore. Per fare questo le racconterò due storie.
Il protagonista della prima storia è un economista, bravo e attento nel suo campo. Da tempo ha capito che il fattore principale che sta alla base della crisi che sta attraversando l’Europa, ed in modo principale alcuni paesi fra cui l’Italia, è stata la creazione dell’Euro che ha fatto sì che i paesi più deboli della periferia dell’eurozona non potendo più attuare politiche monetarie sovrane per ovviare alle loro debolezze (es. svalutazioni) devono svalutare i salari e attuare politiche di austerità per stare al passo con i paesi del centro. Conscio dell’importanza delle sue teorie fa di tutto per divulgarle attraverso il suo blog, le sue conferenze le sue apparizioni in televisione. Purtroppo per lui riesce a raggiungere un bacino di utenza ridotto e non riesce a far breccia completamente nell’opinione pubblica. Opinione pubblica che oltretutto è continuamente bombardata da messaggi pro-Europa dai media di regime che sostengono da sempre la linea dei governi in carica. L’economista agisce in maniera deontologicamente perfetta cercando di divulgare la verità a tutti quelli che lo ascoltano ma purtroppo non riesce a raggiungere la massa e non viene ascoltato. La maggior parte delle persone rimane così convinta delle sue idee e i governanti hanno gioco facile a proseguire con le loro politiche di austerità dietro alla scusa di “ce lo chiede l’Europa”.
La conclusione sarà l’aggravarsi della crisi e della condizione del popolo che a un certo punto sfocerà in rivolte di piazza e lotte aspre. L’economista non vedrà raggiunto il suo scopo e i suoi sforzi non verranno ripagati.
La seconda storia parla invece di un soggetto che ha molta influenza sulle masse. Lui non è un economista ma ha capito che c’è qualcosa che non va nell’Europa o meglio nell’Europa strutturata in questo modo. Lui vuole provare a cambiare la situazione, vuole provare a fare in modo che la popolazione possa riprendere in mano il suo destino e il suo futuro. Sa anche che la popolazione è continuamente bombardata dai media sul concetto di Europa unita, dal concetto di “ce lo chiede l’Europa”, dal concetto di “Stati Uniti d’Europa”. Lui sa che, forte della suo carisma, della sua popolarità e dei suoi messaggi potrebbe arrivare ai vertici della struttura politica del suo paese e quindi cambiare davvero la situazione. Ma sa anche la massa o meglio una gran parte della popolazione plagiata dai media non capirebbe il messaggio del “No Euro a tutti i costi” e quindi che potrebbe rischiare di perdere parte del suo consensus se lanciasse questo slogan e che quindi non riuscirebbe ad attuare un bel niente di quello che spera di fare. Questo soggetto decide allora di lanciare dei messaggi economici non troppo drastici, di critica all’Europa e di fiducia ai cittadini dicendo che saranno loro a decidere su tali temi tramite referendum. Questa strategia gli permette di mantenere un forte appeal nella popolazione, arrivando alle elezioni sostenuto da essa e riuscendo quindi a vincere le elezioni. In tal modo tale soggetto riesce a far entrare nelle istituzioni delle persone illuminate, come l’economista della prima storia che ho raccontato, in maniera che tali persone possano davvero avere la possibilità di agire e cambiare le regole in maniera da uscire dalla crisi permettendo al popolo di risollevarsi.
Il secondo soggetto quindi ha agito in maniera più “commerciale”, più opportunistica se vogliamo, omettendo di dire a pieno la verità sull’euro ma è riuscito ad ottenere il suo vero scopo: inserire dentro le istituzioni delle persone che possano davvero cambiare la realtà.
Ecco, ho finito le storie. Se ha avuto la pazienza di leggerle fino in fondo avrà capito che io faccio parte del Movimento 5 Stelle, in particolare sono un attivista di Paperopoli. Io so che lei, e anche qualcun altro presente in rete, avete criticato le posizioni di Grillo sull’Euro, e che avete criticato il fatto che non abbia attuato una dura presa di posizione sull’argomento.
Ma come ha capito io penso che Grillo stia facendo bene a fare così, attuando un approccio più “commerciale” sull’argomento, un approccio che sarà sicuramente accolto in miglior modo da quella parte di popolazione che non ha la possibilità di informarsi in rete o che non ha il bagaglio culturale per capire certi argomenti. Facendo così Grillo riesce a mantenere vivo il suo scopo che è quello di inserire persone oneste e competenti nei palazzi di poteri, come economisti del suo rango. E magari riuscirà a mettere anche persone rette nei luoghi in cui si riformerà la giustizia, la scuola, la sanità, il welfare, i trasporti….. come vede la battaglia sarà molto ampia e tratterà molti settori che vanno anche oltre l’economia.
Spero di non essere stato troppo contorto nelle mie spiegazione e sarei davvero contento di ricevere una risposta che mi potesse spiegare il suo punto di vista relativamente a quanto le ho scritto, in particolare modo sull’opinione che ho io del modo di agire di Grillo.
Ne approfitto anche per dirle che noi del gruppo di Paperopoli stiamo nel nostro piccolo provando a fare opera di divulgazione sui problemi legati all’Euro e a tutte le sue implicazioni. Così come fa lei sul suo blog in maniera più allargata. Anche se lei non concorda in pieno con l’agire del M5s, noi saremmo davvero lieti e onorati di poterla ospitare in una serata di divulgazione a livello cittadino che stiamo organizzando per la fine di Novembre. Sarebbe davvero un bel modo per poter spiegare tali argomentazioni anche a chi non segue spesso il web o che non ha tempo e competenze per seguire continuamente questi argomenti. Mi faccia sapere qualcosa.
Intanto la ringrazio per l’attenzione.
Cordiali saluti
...aspetta a ringraziarmi, amico: aspetta di aver letto la mia risposta, che ho già dato e che quindi forse non capirai.
Perché vedete, ormai è un appuntamento quotidiano: e un giorno Debora, un giorno Lidia, un giorno Paolo, un giorno Claudio (immaginate quale), tutti a dirmi quanto è bello il movimento liquido, perché sì, il vertice è opaco (come ho rimarcato qui) ma la base è tanto volenterosa e tanto onesta, e decide in un modo un sacco libbero, un sacco democratico e un sacco bbello.
Allora.
Premesso che mi sono rotto i coglioni (mind my French) di essere inquadrato nello stereotipo del professorino che non sa parlare alle masse e non si impegna politicamente, stereotipo che dice più su chi lo ripete che su quanto sto facendo, vorrei entrare nel merito del ragionamento dell’amico paperopolese. Un ragionamento semplicissimo: il popolo certe cose non può capirle, quindi non perdiamo tempo a spiegargliele, anche perché siamo in emergenza, il tempo è poco, le prossime elezioni sono decisive (ah sì?). Diciamo dunque al popolo che i problemi sono altri, quelli dei quali sente parlare dai giornali (debbitopubblicocastacoruzzzzionebrutto), così ci viene dietro, e poi, al momento opportuno, raggiunto il potere... sorpresa! Caro popolo, la verità è un’altra: il problema sono gli squilibri esteri e il debito privato!
Oppure (meglio mi sento!): “Caro popolo, adesso decidi tu con un bel referendum nel quale sicuramente sceglierai la cosa giusta, dopo soli trent’anni di lavaggio del cervello a 90° gradi (con azzurranti ottici), e senza che noi abbiamo smosso un dito per farti capire come stanno le cose, a parte dar spazio sul blog che detta la linea politica del movimento alla rima in azzo e alla rima in demenza. Ma a questo punto saremo al potere, e comunque noi faremo la cosa giusta”.
Missione compiuta.
Questo ragionamento, credo lo vediate, brilla per semplicità ed efficacia, ma non per originalità. Perché? Semplice: perché la Realpolitik del nascondere al popolo la “verità”, o dell’ostentare una “diversa verità”, per meglio condurlo dove si vuole, è esattamente la filosofia politica dell’euro. E quando dico esattamente, intendo esattissimissimissimamente. Infatti, se ci fate caso, c’è anche la logica dell’emergenza: “presto, diciamo la qualunque pur di arrivare al potere alle prossime elezioni, che sono decisive (ah sì?)” equivale a “presto, facciamo le riforme strutturali di corsa che c’è la crisi”. Sono piccoli dettagli che solo chi ha un orecchio musicale può apprezzare.
Ma, come ci ricorda Satie : « Si la musique ne plaît pas aux sourds, même s'ils sont muets, ce n'est pas une raison pour la méconnaître ». E quindi facciamo attenzione a non méconnaître i fenomeni che abbiamo di fronte, fin che siamo in tempo.
Vedete, sopra, quando dico “verità”, intendo la “propria” verità, quella del politicante di turno: una volta Prodi, oggi Grillo. Se mi seguite da un po’, ricorderete che la mia personale e umile riflessione politica, alla quale da cittadino ritengo di avere diritto, dichiarando la mia incompetenza in materia, è partita proprio da qui: dal disgusto per il discorso di Aristide, per il paternalismo insito nella Realpolitik di chi ha occultato i costi dell’euro, sapendo esattamente che esso avrebbe provocato una crisi, e anzi desiderando usarla come strumento di governo, da chi sapeva che stava spingendo intere popolazioni ignare del nuoto dentro la piscina della crisi, fottendosene dei morti che poi ci sono stati.
Morti, capite, morti, vite umane, cazzo! Gente che si è uccisa per la disperazione, e gente che si è spenta in povertà e dignità e della quale nessuno di noi ha mai saputo e mai saprà nulla. Chiaro? Se si ragiona così, partendo dal presupposto che la verità può essere occultata, travisata, accantonata, alla fine ci sono i morti. Va bene? Voi ve la sentite, come evidentemente se la sentiva Aristide, di caricarveli sulla coscienza? Do per scontato di no. E allora cerchiamo di capirci bene: in che cosa differisce l’atteggiamento di Aristide da quello dell’amico paperopolese?
Secondo me in nulla.
Qualche sprovveduto dirà: “Ma Bagnai, scusa! Er mortazza ci ha mentito per tirarci dentro, Grillo dice una ‘diversa verità’, ci parla di cose tutto sommato irrilevanti, come byoblu ha ben dimostrato e tu avevi detto, ma lo fa per tirarci fuori! Sono due cose evidentemente diverse, sei ingiusto, uno voleva la cosa sbagliata, l’altro la cosa giusta, non puoi confonderli”.
Ecco, sì, va bene, allora tu l’euro te lo meriti. Tienitelo, finché c’è (per poco), che io parlo con gli altri.
Ci sono due evidenti cose che non vanno in questo ragionamento.
Il primo problema
Il primo problema è che la democrazia non è un contenuto, ma un metodo.
Chi disprezza il popolo, come fa, senza nemmeno rendersene conto, chi dubita della sua capacità di comprensione, non è democratico. Non si può fare la cosa giusta nel modo sbagliato. Questa è esattamente la filosofia politica e operativa fascista dell’euro, filosofia che si è dimostrata fallimentare sul piano economico (devo spiegarvi perché?) e in fondo anche su quello politico. Qualsiasi appello al popolo che non parta da un impegno educativo forte è demagogico e fascista, oltre a essere déja vu.
E il “popolo”, se per popolo intendiamo gli operai, gli agricoltori, gli artigiani, gli impiegati, insomma: noi, il popolo capisce, capisce e come, se gli parli. Questa è la mia esperienza. L’esperienza di gente che mi viene a ringraziare, dicendomi più o meno sempre la stessa cosa: “Noi sentivamo che era così, ma i nostri politici, i nostri giornali, erano compatti nel dirci il contrario, e pensavamo di esser noi a sbagliare”. Quindi temo non sia giustificato il disprezzo del popolo implicito in chi vuole condurlo con la tecnica del falso scopo, che andrà anche bene in balistica o in orienteering, ma non mi sembra consona alla democrazia.
Mi dispiace, Paolo, io ti ho ammirato per il tuo coraggio e per la tua lucidità, e continuo a farlo, ma nella mia rozzezza, non potendo vantare competenze specifiche in filosofia della politica, non capisco come tu possa non vedere questo macroscopico problema di democrazia. Non si può dire: “intanto prendiamo il potere (o la Sicilia, o quel che l’è), poi si vedrà”. Non può funzionare così. Così funzionano quelli che disprezzo. E non me ne fotte niente se ragionando come ragiono io non si cambia la storia. La Storia non la cambiate nemmeno voi, col vostro metodo. Potrete incresparne la superficie, ma rimane il fatto che non avete un cambio di paradigma da proporre, salvo “er ueb”, non avete un’idea di come ci si tiri fuori operativamente da questo casino, non avete un’idea di quale patto proporre agli altri paesi europei per un nuovo percorso di integrazione che abbia un senso, percorso che necessariamente passa per una revisione della costituzione materiale economica del nostro continente, non avete un’idea di come trasmetterlo ai vostri elettori, ai quali siete costretti quindi a fare discorsi che mortificano la vostra statura intellettuale e morale.
Inutile dire (come Debora): “Arbe’, ma se Grillo parla dell’euro lo tritano, fallo fare, poi vedrai...”.
Non ne sarei così sicuro. Intanto, se volessero/potessero tritarlo, lo farebbero già, visti i danni che arreca. Ma perché non lo fanno? Pensiamoci...
In questo momento il potere, quello vero, sta giocando un gioco molto chiaro: screditare, con una serie di scandali a orologeria, tratti dallo sterminato archivio dei segreti di Pulcinella, l’intera politica italiana, direi proprio l’idea che in Italia si possa fare politica. Lo scopo è palese: accreditare l’idea che sia meglio lasciare il potere ai tedeschi, o almeno ai tecnici. E perché mai il potere dei tecnici dovrebbe tritare l’antipotere di Grillo? In fondo, quest’ultimo in realtà gli sta dando una grossissima mano nell’eliminare quel presidio di democrazia che è la classe politica. Presidio imperfetto, corrotto, inefficace, datato, tutto quello che vuoi, ma pur sempre presidio, se paragonato ai tecnocrati ineletti. Se ti vuoi togliere di mezzo i politici per lasciare le mani libere ai tecnici, cosa c’è di meglio di un simpatico e geniale invasato che attraversa a nuoto bracci di mare per sbraitare contro la politica corrotta?
Magari Grillo non sta toccando l’euro semplicemente perché gli è stato chiesto di non farlo, perché il suo ruolo è un altro. Mi affretto ad aggiungere che credo e soprattutto spero che questa possibilità sia in effetti remota e che le cose non stiano così.
Ma anche presumendo, come si deve fare, la buona fede, l’argomento dell’amico paperopolese (o di Debora) è comunque poco convincente, perché per dire una verità almeno parziale non c’è alcun bisogno di parlare dell’euro. Basterebbe non ripetere la menzogna propalata dalle élite europee, secondo la quale la colpa della crisi è tutta del debito pubblico. Basterebbe spiegare che chi sta fallendo sono famiglie e imprese (e banche), che quello che è lievitato è il debito privato, e che i movimenti internazionali di capitali sono stati un fattore dirompente molto più della castacriccacoruzzione, e che la colpa è delle banche private che hanno prestato in modo dissennato a debitori privati, perché avevano interesse a farlo. Non è un'idea mia, non è un'idea sovversiva: lo sarà in Italia, ma all'estero è un'idea del tutto ovvia.
Non ci vorrebbe molto a farla capire.
Ripeto: il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta. Il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata, rinviando tutto a debitopubblicobbruttocastacriccacoruzzioneladriiiiiii.
Forse non è chiaro: il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata. Il problema non è che Grillo non dia la diagnosi giusta, il problema è che dà sistematicamente quella sbagliata.
Chiaro?
Per chi è rimasto, proseguo col secondo problema (il primo essendo che la democrazia non è un contenuto ma un metodo)
Il secondo problema
Il secondo problema di questa bella strategia two step (prima vado al potere dicendo cose inesatte o poco pertinenti, poi però faccio la cosa giusta) è che abbiamo già visto come va a finire: la strada sbagliata non porta mai nel posto giusto, con buona pace dei politici, dei politicanti, e dei loro consiglieri. Gli economisti lo chiamerebbero un problema di time consistency, Dante lo chiamava “lunga promessa con l’attender corto”, e sapete dove si va a finire in questi casi: al caldo!
Mi spiego: posto che “la cosa giusta” sia gestire lo sganciamento dell’Italia dall’euro, intanto nessuno ci garantisce che una volta preso il potere sulla base di un messaggio distorto il movimento si adoperi per la “cosa giusta”. Attenzione: non sto presupponendo una intenzionalità truffaldina. Il fatto è che se tu vai al potere ululando debitopubblicobbruttocastacriccacoruzzioneladriiiiiii, poi è chiaro che se vuoi mantenere il tuo elettorato e un minimo di credibilità ti devi lanciare in politiche pinochettiane di riduzione del government footprint, di peso dello Stato nell’economia, che in questo momento è l’ultimo dei problemi. Devi insomma anche tu sposare l’austerità (sotto le nobili e mentite spoglie di lotta allo sprecocriccacastacoruzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione). Non ci son santi. Il problema, nel conquistare il potere con la menzogna, non è che uso fai del potere, ma è la menzogna, perché questa allontana per sempre la possibilità di un confronto veramente democratico, e condiziona chi la profferisce tanto quanto chi la subisce.
Se le cose non cambieranno, amico paperopolese, dovrai scontrarti con questa sgradevole verità: la rivoluzione, in questo momento, in Italia, la stanno facendo quelli come me, e sono sempre di più, che dicono la verità: mostrano i dati, riportano le analisi degli economisti internazionali, riportano le previsioni delle organizzazioni multilaterali e dei centri di ricerca più prestigiosi. Quelli come te forse (e dico, e spero: forse) stanno solo canalizzando il dissenso in un movimento fumoso e strumentalizzabile, del tutto compatibile con gli attuali assetti di potere.
Sintesi
E adesso io quello che dovevo dire l’ho detto. Chi lo voleva capire lo ha capito. Chi lo poteva capire lo ha capito. Chi non voleva o non poteva... pazienza! La palla è in campo ortottero. Giocatevela bene. Se la base è così liquida e democratica, se non è composta dai piccoli dr Livore antistato, fradici di invidia sociale e mentalmente svantaggiati al punto da non capire che la spesa pubblica è reddito privato, bene: questa base forse ora dovrebbe dare un segnale chiaro. Dite basta alle menzogne. Non permettete che di fronte al più colossale fallimento del mercato della storia dell’umanità vi si venga a ripetere che la colpa è dello Statodebitopubblicacastacoruzzzionemannnamoliaccasaaaaaaa. Non fatevi prendere in giro.
Aggiungo che ringrazio molto l’amico paperopolese per la sua stima. Io vorrei ricominciare a vivere una vita più tranquilla, ma se mi scrivete vi do un’intera mailing list di merlettaie della sinistra pronte a passare sotto bandiera ortottera, dopo che avranno preso l’ennesima inevitabile sòla dai vertici del Partito di Destra o del partito Fognatore. Per i sottosegretariati c’è la fila, state tranquilli. Di economisti, al momento giusto, non mancherete (credo), e saranno anche eterodossi quel tantino che potrebbe piacere a voi.
Ma se la rappresentazione della realtà che i vostri vertici propalano (lanciando il sasso e nascondendo la mano, in nome del “tutte le opinioni vanno ascoltate”) non dovesse cambiare nei prossimi giorni, be’, allora sapete che c’è: not in my name.
E siccome è mio destino non essere originale, né nell'elaborazione teorica (come sempre sottolineo e mai viene capito) né in quella politica, vi regalo il commento dell’amico Alex al post di ecodellarete, un commento sintetico più del mio ed efficace più del mio:
Ieri leggevo la letterina a Babbo Natale del Commovente Rabboni!
Un discorso da far invidia al mitico “Aristide” di Bagnaiesca memoria! Poiché la gente non capisce un cazzo mentre noi sì, meglio un imbonitore da circo che continui ad impapocchiarli per bene naturalmente al fine di “inserire persone oneste e competenti nei palazzi del potere,” (questa poi, cazzo, presumo niente di meno che SanFrancesco, Ghandi, Martin Luther King, Sant’Agostino, e Maria Teresa di Calcutta (le quote rosa vanno rispettate); se proprio poi la situazione risultasse gravissima giocheremmo il Jolly facendo scendere in campo LUI, Gesù Cristo in persona) che un oscuro esegeta di provincia, che nell’esporre le “SUE TEORIE” (ripetuto 123 volte) si affatica a tentare di far percolar la “dura” verità nel Cranio refrattario della gente!
Fantastico! Se questo è il futuro, Stamo in una botte de fero!
Ecco, chissà perché, anche Alex, nel leggere l’amico paperopolese, ha pensato ad Aristide. Guarda caso, non sono solo, siamo in due. E forse anche più di due, se andate a vedere la discussione in ecodellarete. Che dite, lo facciamo uno sforzo? Vogliamo capire e dire che non ci sono mie teorie, ma eventualmente teorie di un paio di premi Nobel di passaggio? Vogliamo capire e apprezzare la differenza fra chi fornisce i dati e chi fornisce fuffa? Dai, proviamoci, che poi, vedrete, staremo meglio tutti.
La verità è come la cicoria. All’inizio sembra amara, ma poi non puoi più farne a meno. Anche il vostro popolo sembra non possa più farne a meno. Ecco l’occasione giusta per capire se nel movimento comanda davvero la base. Buon lavoro, fateme sape’: a proposito di base "liquida", io devo fare il bagno ai pupi...
Se vedemo.
E, come si dice a Roma, nel caso non ci vedessimo, speriamo sia per colpa vostra. Con la variante del mio amico di Montecompatri, il quale si congedava sempre da me con queste sagge parole: "Oggi ce semo, domani nun ce sei". Potrebbe anche valere per il gagliardo movimento. Mi dispiacerebbe, ma ho elaborato lutti peggiori. Nessun lutto è peggiore di quello della verità. PenZatece...
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giovedì 18 ottobre 2012
chi vuole Più europa i piani svelti
Vi spiego i piani di chi vuole più Europa
di Claudio Messora
Fabrizio Tringali, autore insieme a Marino Badiale di "La trappola dell'euro", con la prefazione di Alberto Bagnai, spiega perché è stata perseguita la moneta unica, in Europa, nonostante gli economisti sapessero fin dall'inizio che sarebbe stata una catastrofe.
Guarda il video
Buongiorno a tutti. Sono Fabrizio Tringali e sono l'autore di un libro uscito da poco sull'euro e sull'Unione Europea; il titolo del libro è “La trappola dell'Euro. Le cause, la crisi, le conseguenze e la via d'uscita”, scritto insieme a Marino Badiale che insegna matematica all'Università di Torino.
Sono molto grato a Claudio Messora per avermi dato la possibilità di raccontarvi qualcosa, rispetto alla crisi che stiamo vivendo, che spero possa esservi utile, affrontando anche qualche aspetto che magari finora non è stato del tutto affrontato. In effetti Marino Badiale ed io iniziamo a parlare della crisi e soprattutto del fatto che le cause della crisi vanno ricercate prevalentemente nell'euro già dai primi mesi del 2011, quando iniziammo a discutere di queste cose pubblicando un breve saggio all'epoca e venivamo abbastanza guardati come matti, ci dicevano che la crisi è dovuta al debito pubblico, la crisi è dovuta a Berlusconi, la crisi è dovuta alla corruzione, alla mafia, la crisi è dovuta a questo paese che non è capace di stare al pari con gli altri paesi dell'Europa migliori di noi. Ecco, tutte queste cose, che possono essere in parte vere, in parte non lo sono affatto e in parte magari sono, per così dire, delle aggravanti rispetto ad una situazione di crisi che però non è assolutamente dovuta a questo ma è dovuta appunto alla moneta unica. E questo, finalmente, devo dire che nel dibattito pubblico sta emergendo ormai, sta emergendo da tutte le parti, anche grazie al lavoro che sta facendo Claudio Messora, ma anche grazie a una persona come Alberto Bagnai, per esempio, che con un bellissimo blog ha spiegato moltissimi degli aspetti, delle criticità dell'euro, tra l'altro Alberto ha scritto anche la prefazione al libro che io e Marino abbiamo scritto. Di conseguenza ormai è abbastanza chiaro all'opinione pubblica che il primo motivo della crisi è proprio il fatto che la moneta unica ha unito delle economie molto diverse tra di loro e in questo modo le economie più forti, come è appunto quella della Germania, hanno finito per schiacciare quelle più deboli.
Una delle cose importanti, però, che non si dice ancora spesso nel dibattito pubblico è che le criticità di un'unione monetaria tra i paesi europei erano assolutamente note già trent'anni fa, non c'era nulla di ignoto. Se rispetto alla crisi, diciamo così, iniziata nel 2007 negli Stati Uniti e nel 2008 proseguita, effettivamente si può dire che era stata ben poco prevista, per quanto riguarda l'unione monetaria e l'euro la crisi era stata ampiamente prevista dagli economisti; così restituiamo anche un po' di dignità alla professione e alla scientificità della scienza economica, appunto, e delle tante persone capaci che di queste cose hanno parlato. Si iniziò a discutere di un sistema a cambi fissi in Europa già verso la fine degli anni '70, perché finito il cosiddetto regime di Breton Woods e quindi la parità dei cambi rispetto al dollaro e la convertibilità del dollaro con l'oro, in Europa si cominciò a discutere appunto di un sistema che irrigidisse i cambi. Questo per un motivo semplice: in un'economia aperta, in un'economia globalizzata, dove vi è la circolazione libera delle merci, dei capitali e dei servizi, chi ha il capitale desidera la rigidità dei cambi proprio per poter investire là dove conviene di più, senza rischiare di perdere proprio a causa della fluttuazione del cambio. Ebbene, si iniziò a discutere, si iniziò ad implementare anche un primo sistema che si chiamò “serpente monetario”, che ebbe poco successo, e poi si iniziò a parlare di un sistema più forte, più rigido: il Sistema Monetario Europeo (SME). Si iniziò a discutere quindi dell'adesione dell'Italia a questo sistema.
È interessante perché all'epoca le forze di opposizione storica, come il PCI, erano sostanzialmente in maggioranza, cioè il governo che discusse dell'adesione allo SME nel 1978 era un monocolore DC, guidato da Andreotti, con l'appoggio esterno del PCI. Quindi ci fu un ampio dibattito, rispetto alle possibilità di aderire a questo sistema, dei pro e dei contro all'adesione dell'Italia. Emersero dai dibattiti parlamentari molte cose interessanti. Ve ne cito alcune specificatamente, così ve le potete andare a cercare, perché il PCI dell'epoca cercò, come dire, di mettere dei paletti rispetto alla costruzione del sistema monetario europeo, che facessero sì che i rischi per l'Italia diminuissero sostanzialmente. Questi rischi erano appunto quelli dovuti al fatto che un paese meno competitivo come l'Italia, con un'inflazione strutturalmente più alta rispetto a quella della Germania, con un cambio fisso non avrebbe più potuto recuperare competitività, quando serviva, svalutando la moneta e quindi avrebbe dovuto inevitabilmente trasferire i necessari aggiustamenti nell'economia interna. Come? Svalutando i salari, cioè andando ad attaccare i salari, i guadagni delle persone, e facendo in questo modo contenere i consumi e quindi contenere l'inflazione. È esattamente quello che sta accadendo adesso. Si sapeva perfettamente che lì si andava a parare.
All'inizio della discussione sullo SME furono poste quindi una serie di condizioni per l'adesione dell'Italia. Queste condizioni furono anche fatte proprie dal governo DC dell'epoca. Si può leggere un interessante discorso del ministro dell'epoca, che si chiama Pandolfi, il 10 ottobre del 1978 alla Camera dei Deputati. Sostanzialmente cosa viene detto? Che la posizione dell'Italia sarà quella di chiedere di far precedere l'instaurazione della fissità dei cambi con un regime di transizione meno rigido e poi, soprattutto, di accompagnare la rigidità dei cambi con regole capaci – cito testualmente - “di stabilire, nel caso di deviazione degli andamenti di cambio, un'equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento tra paesi in disavanzo esterno e paesi in avanzo”. È abbastanza chiaro, credo. Cioè, in un'unione monetaria il fatto che ci siano paesi strutturalmente in surplus, come appunto la Germania, e paesi strutturalmente in deficit, sono due aspetti entrambi di criticità; non ci sono da una parte i virtuosi e dall'altra parte i cattivi, sono delle criticità di un sistema. Quindi si chiedeva, giustamente, un sistema che distribuisse in modo equo i costi degli aggiustamenti. Badate, non è lontana dall'idea di Keynes del dopoguerra, rispetto a un sistema di cambi mondiali addirittura, cosa che non venne mai adottata e cosa che non viene adottata nemmeno in Europa. Tanto che il successivo vertice europeo del dicembre 1978, che si svolge a Bruxelles, sancisce la sconfitta della posizione italiana. Francia e soprattutto Germania non accettano meccanismi di aggiustamento automatico e condiviso degli squilibri tra l'economia e si limitano ad accordare all'Italia una banda di oscillazione più ampia rispetto a quella prevista dal sistema stesso.
Lo SME era una cosa meno rigida dell'euro. All'interno dello SME i cambi potevano fluttuare del 2,5% - che non era pochissimo – e l'Italia addirittura aveva una banda, invece, del 6%, quindi più ampia. Nonostante questo, però, la rigidità dello SME porterà poi l'Italia alla crisi del 1992, quindi alla necessità di abbandonare il sistema monetario. Inizia così ad essere chiaro già all'epoca che i paesi forti dell'Europa non vogliono assolutamente meccanismi di solidarietà e di riequilibrio delle economie perché questo consente a loro di gestire meglio la loro condizione di forza e sostanzialmente di costringere i paesi più deboli ad adeguarsi, cioè ad adeguare le loro politiche economiche. Tanto è vero che la cosiddetta virtù della Germania in realtà non è altro che la capacità della Germania stessa di mantenere bassa l'inflazione. Come? Contenendo i salari, facendo una politica non espansiva, una politica che in qualche modo deprime la domanda interna. E questo è esattamente quello che poi è avvenuto nel periodo successivo all'introduzione dell'euro. Anche questa è una cosa che finalmente possiamo sfatare. Tutti pensano che in Germania si sta molto meglio che in Italia, che tutti guadagnano più degli italiani e non è affatto vero. La forza e la competitività della Germania è stata costruita sul contenimento dei salari e la Germania, non a caso, è uno dei paesi europei meno sindacalizzati d'Europa. Negli anni successivi all'euro in Germania sono state realizzate le famose riforme, che sono quelle che stanno cercando di imporre anche qui, che sono quelle che hanno flessibilizzato ulteriormente il lavoro, che sono quelle che hanno creato i mini-job e un terzo dei lavoratori tedeschi oggi guadagna 400 euro al mese e sono quelli che hanno diminuito le garanzie a sostegno dei lavoratori e dei contratti nazionali di lavoro, e sono queste le cose che vogliono inserire anche nel nostro paese.
Perché poi si è effettivamente realizzata l'unione monetaria prima con lo SME e poi addirittura con l'euro, nonostante appunto fosse chiaro, ad un certo punto, che i paesi deboli ci perdevano? Per i paesi forti è chiaro, perché gli conveniva. Ma nei paesi deboli alla fine i ceti dirigenti hanno capito che il vincolo esterno dato dall'appartenenza all'euro, alla moneta unica, e poi anche all'Unione Europa, di fatto consentiva loro di fare quello che altrimenti non sarebbero riusciti a fare. Badate, l'introduzione della flessibilità, così come è stata fatta in Italia, fino ad arrivare oggi alla messa in discussione dei contratti nazionali di lavoro e quant'altro, non si sarebbero potuti realizzare senza che il vincolo esterno del “ce lo chiede l'Europa” costringesse sostanzialmente tutti a considerare quelle scelte come inevitabili. Bene, in realtà appunto quelle scelte inevitabili non sono e per evitarle la strada è quella dell'abbandono della moneta unica e anche dei vincoli europei.
Oggi nel dibattito pubblico si discute molto di questo, proprio perché abbiamo detto che le criticità dell'euro ormai sono assolutamente di dominio pubblico, tutti le conosco e tutti le discutono. Addirittura su L'Unità recentemente ho letto che il problema sostanzialmente è la differenza di competitività e di inflazione tra i paesi europei e la politica non espansiva della Germania. La risposta che normalmente si dà a questa problematica è il cosiddetto “più Europa”. Perché si dà questo tipo di risposta? Questo è importante capirlo e lo affrontiamo nel nostro libro citando un interessante manuale di economia, anche questo scritto negli anni '90, quindi prima dell'euro, a cavallo tra lo SME e l'euro – per ribadire quanto fosse chiaro tutto questo – che spiegava molto bene come una potenziale, all'epoca, unione monetaria europea avrebbe inevitabilmente inasprito gli squilibri tra le economie, cosa che è puntualmente avvenuta, e che l'unico modo per risolvere questo problema era appunto quello di avere dei meccanismi di aggiustamento che per essere realizzati necessitavano di una serie di cose ovvie e cioè un governo unico europeo che decidesse le politiche economiche degli Stati e fosse dotato delle risorse economiche necessarie per avviare i meccanismi di riequilibrio. È esattamente quello che stanno cercando di realizzare. Il “più Europa” non è altro che l'idea, sostanzialmente, di spogliare gli stati nazionali della loro sovranità, demandare la sovranità nelle scelte di politica economica e sociale. Quindi sono le cose di cui si sta parlando. Scelte di politica economica vuol dire la finanziaria, vuol dire i contatti di lavoro, vuol dire tutte le politiche sociali, di investimento, eccetera, demandarle integralmente all'Unione Europea e questo farebbe sì, probabilmente, che la Germania a quel punto sarebbe in grado di accettare dei meccanismi di riequilibrio. Molto probabilmente questo è vero, è una cosa che sostiene per esempio Gerhard Schroeder in Germania e che viene sostenuta da molte parti dell'opinione pubblica tedesca per un motivo abbastanza intuitivo: nel momento in cui la sovranità fosse demandata agli organismi europei è chiaro che comanda di più il paese più forte. Quindi la Germania a quel punto potrebbe facilmente riuscire a realizzare anche nei paesi esterni ad essa le stesse politiche che ha realizzato al suo interno. Una volta fatto questo, magari a quel punto potrebbe anche concedere qualcosa dal punto di vista del riequilibrio delle risorse all'interno delle economie.
Qual è il problema di tutto questo? Che chi propone uno scenario di questo tipo dice, ovviamente, che se si crea un super governo europeo che decide tutto questo, deve essere un governo democratico, naturalmente, e quindi bisogna democratizzare l'Unione Europea. Questo è un punto assolutamente fondamentale. Non esiste nessuna possibilità di democratizzare l'Unione Europea, non esiste nessuna possibilità di costruire un governo democratico europeo. Il motivo, in sintesi, è molto semplice, perché non esiste un popolo europeo. A meno che non si creda che democratizzare l'unione europea voglia dire che gli Stati nazionali eleggono un po' di parlamentari in un Parlamento europeo – cosa che avviene già, peraltro – e che poi questo Parlamento costruisce un esecutivo, un governo – cosa che oggi non avviene perché l'esecutivo è costruito direttamente dagli Stati, ma domani potrebbe avvenire – a meno che non si pensi che la democrazia sia tutto lì, è abbastanza chiaro che non c'è nessuna possibilità di democratizzare l'Unione Europea. Dalle rivoluzioni francesi in poi l'idea di democrazia rappresentativa – lasciamo stare l'idea di democrazia partecipativa, che a me piace molto di più, ma non è questa la discussione adesso – si fonda sul fatto che un qualunque governo per essere qualificato come democratico, non solo deve rispondere a un Parlamento, cosa ovvia, ma deve rispondere a un'opinione pubblica e deve rispondere alle forze sociali che i cittadini liberamente costruiscono. Ed è quello che avviene esattamente in tutti gli Stati nazionali. Ogni governo si confronta e con l'opinione pubblica e con associazioni, sindacati, gruppi di ogni tipo, quelli che i cittadini costruiscono. Tutto questo non esiste a livello europeo, esiste solo a livello nazionale perché i cittadini sono divisi, i popoli europei sono divisi tra di loro.
Per poter creare questa opinione pubblica e queste forze sociali sono necessarie almeno tre condizioni. La prima delle condizioni è una lingua comune, per motivi abbastanza evidenti. Una seconda condizione è una significativa mescolanza delle popolazioni, cioè ci deve essere un periodo in cui effettivamente in vari popoli smettono pian piano di essere tanti popoli e diventano uno, perché si capiscano hanno una lingua comune e perché effettivamente tra di loro si mescolano, e non è solo un problema della lingua, c'è il problema degli usi, delle tradizioni, delle mentalità che piano piano possono confluire verso un'unità, ma ci vuole del tempo, molto tempo perché questo avvenga. Il terzo elemento è un sistema di media, di informazione, di circolazione delle informazioni complessivo, generale e accessibile, che consenta appunto la formazione di un'opinione pubblica. È abbastanza evidente che tutto questo è presente in varie forme negli Stati nazionali ed è completamente assente a livello europeo. Di conseguenza la formazione di un governo europeo non sarebbe nulla di democratico. Cioè al sogno ipotizzato da qualcuno di una grande Europa democratica, unita e pacifica e solidale, si contrappone la dura realtà, il terribile incubo della maggiore unione politica all'interno dell'Unione Europea, che non può che trasformarsi, per questi motivi, in un super Stato con poteri semi-assoluti, perché a questo punto potrebbero decidere quasi tutto, e rispetto al quale non vi è possibilità di un confronto con le forze sociali che nascono tra i cittadini e nella società.
A questo punto ci potremmo chiedere: ma se rappresenta veramente un incubo un'Europa unita e costruita così come ho accennato prima, perché la si vuole realizzare? La risposta è che l'incubo non è per tutti. Una situazione di questo tipo rappresenterebbe un incubo per la maggioranza delle popolazioni e cioè per quanti vedrebbero, come avviene adesso, il progressivo impoverimento, la perdita delle conquiste. Ma i margini di profitto, soprattutto per chi gestisce grandi capitali, per chi gestisce le grandi industri, sicuramente si amplierebbero ulteriormente. Ricordiamoci che la fissità dei cambi, come dicevo all'inizio, è proprio figlia della globalizzazione. Uno degli elementi interessanti di quello che sta accadendo è che ogni discorso ne apre successivi. Quindi se noi capiamo i rischi della fissità dei cambi dove ci hanno portato, arriviamo al discorso della globalizzazione, proprio perché la fissità dei cambi è ciò che è desiderato da chi detiene i principali capitali, che ha bisogno di norme e di misure che consentano di aumentare il più possibile i margini di profitto. Quindi un sistema a cambi fissi che consenta di diminuire il rischio di cambio e in secondo luogo di aprire una condizione all'interno degli Stati che scatena una guerra al ribasso delle condizioni di lavoro, è esattamente quello che serve alle classi dominanti per aumentare i margini di profitto. Cioè noi oggi siamo di fronte a una condizione per cui alla FIAT devi accettare il piano Marchionne e quindi devi accettare condizioni di lavoro impensabili fino a poco tempo fa, con la minaccia che altrimenti la produzione viene spostata in Serbia. In Serbia avviene la stessa cosa, con la minaccia che altrimenti la produzione viene spostata in Cina o da qualche altra parte. Cioè con la globalizzazione c'è sempre un paese dove si può andare a produrre e a pagare di meno, ad avere meno costi e maggiori margini di profitto. Ma questo è possibile, appunto, se i capitali possono circolare liberamente e se non c'è il rischio di cambio. Sono questi due gli elementi fondamentali che appunto vengono ricercati proprio perché i più potenti in questo modo aumentano notevolmente i loro margini di profitto.
Sarebbe interessante discutere che effettivamente questo non vale per tutti. Se noi andiamo a vedere, per esempio, la condizione di piccoli o medi produttori, molto probabilmente questi pian piano si sposteranno su posizioni contrarie all'euro e in parte sta già avvenendo. In parte la stessa posizione della Lega, che in qualche modo era comunque critica, rispecchiava questo. Se andiamo a vedere all'interno di Confindustria vediamo che ci sono anime diverse, c'è un'anima più vicina a Montezemolo e a Marchionne, che è assolutamente pro euro, e l'anima che fa capo, invece, all'attuale leader di Confindustria che è più critica e che mira di più a salvaguardare anche la produzione delle realtà medie che probabilmente si troverebbero meglio in una condizione di minor libertà di circolazione di merci e capitali, perché una delle conseguenze ovvie di questa situazione è che le imprese italiane si svalutano notevolmente e vengono aggredite dall'esterno anche all'interno dell'Unione Europea e dello stesso euro, cioè dalla Germania. La Germania si sta comprando le principali imprese italiane. Qui si aprono quindi anche delle contraddizioni all'interno degli stessi ceti dominanti, delle stesse oligarchie, al vertice delle quali però abbiamo appunto coloro che assolutamente hanno tutto da guadagnare rispetto ad una condizione che per noi è effettivamente da incubo. Bisogna ammettere che sono stati bravi, perché hanno condito di ideologia la costruzione dell'Unione Europea con un'efficacia estremamente alta, notevole. Dunque chiunque di noi poi cerchi di riportare il piano della discussione e del confronto sulla razionalità e quindi sui costi e sui benefici dell'appartenenza all'euro, dell'appartenenza all'Unione Europea, si trova spesso di fronte a una barriera ideologica.
Nel libro abbiamo trattato le principali obiezioni alla proposta di uscita dall'euro e dall'Unione Europea, le abbiamo confutate e le abbiamo divise e categorizzate in due gruppi: quelle prevalentemente economiche e quelle prevalentemente politiche. Fra quelle economiche abbiamo appunto l'obiezione di chi ritiene che in caso di uscita dall'euro avremmo una ipersvalutazione, avremmo una iperinflazione, non potremmo più comprare le materie prime, diventeremmo assolutamente in capaci di sopravvivere nel mondo con la nostra “liretta”. Sappiamo innanzitutto che non esiste nessuna forma di correlazione diretta tra la svalutazione e l'inflazione, quindi è noto ed è ovvio che una volta usciti dall'euro la moneta nazionale sarà svalutata rispetto alla moneta precedente, cioè all'euro, ma per esempio Alberto Bagnai ci dice che l'entità di questa svalutazione dovrebbe più o meno essere correlata alla perdita di competitività che si è avuta rispetto alla differenza dei tassi di inflazione tra la Germania e l'Italia nel periodo dell'euro. In sintesi vuol dire che questa svalutazione dovrebbe essere intorno al 20%. Quando uscimmo dallo SME, nei periodi successivi la svalutazione fu molto maggiore, fu una svalutazione immediata del 7% e poi nel corso del tempo si arrivò a un'entità ben maggiore. L'inflazione in quel periodo di quanto aumentò? Di niente, diminuì. Si passò da un'inflazione intorno al 5% del 1992, quando uscimmo dallo SME, per arrivare negli anni successivi a un'inflazione del 4% e del 3%. Non esiste correlazione diretta tra la svalutazione e l'inflazione. Quindi presumibilmente avremo una svalutazione relativamente contenuta, che quindi non ci impedirà assolutamente di comprare le materie prime di cui avremo bisogno e probabilmente nessuna inflazione o una media inflazione.
Tra l'altro possiamo anche dire tra noi che una moderata inflazione non è affatto un dato negativo. Anche qui ci sono da sfatare dei miti. L'idea che l'inflazione sia la peggiore delle tasse perché aggredisce, è un altro esempio di forza ideologica dei ceti dominati. È chiaro che un'iperinflazione può essere distruttiva ed è altrettanto chiaro che l'aumento dei prezzi è negativo se non aumentano anche i salari. Ma il problema è la relazione tra i prezzi e i salari, cioè tra quanto costano le cose e quello che tu guadagni. Noi oggi abbiamo dei prezzi che tutto sommato non aumentano molto, in Italia aumentano più che in Germania, ma comunque l'inflazione è intorno al 3, al 4-5%, almeno quella calcolata, poi quella reale chissà. Ma se i salari non aumentano o addirittura diminuiscono, tu continuamente perdi potere di acquisto, cioè sei sempre più povero. Se hai un'inflazione del 7-8% ma il tuo salario aumenta di quel tanto o anche un po' di più, tu aumenti il tuo potere di acquisto e sei più ricco. Non solo, se tu hai un debito un po' di inflazione ti aiuta. Mio papà si è fatto un mutuo e ha pagato il mutuo, con un lavoro da operaio a Genova ha potuto comprarsi casa e pagare il mutuo nei periodi in cui l'inflazione era anche al 10% e anno dopo anno effettivamente il peso reale della sua rata diminuiva, perché il suo salario aumentava comunque in relazione all'inflazione, mentre lui continuava a pagare gli interessi rispetto alla cifra di acquisto della sua casa. Quindi anche questo sarebbe un concetto da approfondire in maggior tempo. Ma l'inflazione, entro certi limiti, svaluta i debiti. Domanda: per un paese che ha un alto debito pubblico allora un po' di inflazione sarebbe un bene o sarebbe un male? Ecco, vedete che se si riesce a discutere delle questioni in modo razionale non ideologico forse si capisce che le cose stanno in modo un po' diverso.
Torniamo alla questione dell'Unione Europea. Noi non potevamo prevedere che all'Unione Europea sarebbe stato concesso un Nobel per la pace, perché anche la nostra fantasia non arrivava a tanto, ma sapevamo che tra le motivazioni c'è sicuramente quella che l'Unione Europea ha garantito la pace e la stabilità in Europa, che è un'idea sostanzialmente ridicola, perché intanto l'altro aspetto che evidenzia la forza dell'ideologia che ci è stata propinata negli ultimi tempi è quello che l'Unione Europea viene usata come sinonimo di Europa. L'Unione Europea non è l'Europa. Noi abbiamo la pace in Europa, a parte il dettaglio della guerra in Kosovo - “dettaglio” ovviamente detto in modo ironico – c'era l'unione europea e abbiamo fatto la guerra, oltre che farla all'esterno ovunque quando gli Stati Uniti vogliono, ma all'interno dell'Europa abbiamo la pace da immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando non c'era nessuna Unione Europea. L'Unione Europea è una struttura giuridica nata per garantire la libera circolazione di merci, servizi e capitali che esiste da vent'anni. Questo è l'Unione Europea, non è altro. Non è la pace tra le nazioni. Si può rispondere che non c'era l'Unione Europea nel dopoguerra ma si cominciava a formare la CEE, si cominciavano a gettare i primi ponti di collaborazione economica tra gli Stati. Questo è sicuramente vero, ma di qui a pensare che sia questo che abbia garantito la pace ce ne passa. Soprattutto anche nei secoli precedenti spesso in Europa, tra gli Stati-Nazione ci sono stati decenni di pace. Sembra che chi sostiene che l'Unione Europea abbia garantito la pace pensa che in Europa ci siano state solo guerre fino a che non è nata l'Unione Europea. Questo è semplicemente falso, non è storicamente così. Quindi questa è un'altra motivazione del tutto falsa e ideologica.
Purtroppo però – ed è forse l'ultimo degli aspetti che vi vorrei raccontare – l'ideologia è forte e Marino Badiale ed io ci siamo resi conto che è difficile discutere di euro, di Europa, mettendo da un lato l'ideologia e discutendo in modo razionale di ciò che davvero può essere un bene per le Nazioni, per il nostro popolo e per gli altri popoli europei. Così ci siamo resi conto che anche negli ambienti dove ci sarebbe maggiore interesse ad un cambiamento della politica, un cambiamento delle politiche realizzate in questo paese, si fa fatica a mettere a fuoco il fatto che l'euro e l'Unione Europea sono un po' il primo bersaglio da colpire nel momento in cui si voglia un effettivo cambiamento. C'è chi vuole il cambiamento perché vuole abbattere il capitalismo o chi lo vuole perché vuole abbattere il sistema economico basato sulla globalizzazione, basato sulla crescita infinita. Il problema è che appunto spesso si fa fatica a mettere a fuoco che il modello economico, la crescita, il capitalismo, sono tutte astrazioni, utili, per capirci, ma poi se davvero le si vuole combattere è fondamentale combattere contro quelle istituzioni reali che sono diventate la forma reale e concreta di quell'idea astratta che anche tu, giustamente, vuoi combattere. Qui per esempio mi riferisco a chi giustamente pone la questione della crisi ecologica, per esempio, e del sistema distruttivo nel quale viviamo, distruttivo dal punto di vista ecologico e ambientale, e propone quindi di lanciare un piano di conversione ecologica dell'economia, un piano di decrescita sostanzialmente, di decrescita nel senso di diminuzione della domanda di energia e così via. Ebbene, sono tutte cose assolutamente condivisibili ma che non possono essere concretamente realizzate all'interno del sistema giuridico dell'Unione Europea e all'interno dei vincoli derivanti dall'euro, in buona parte per i motivo che ho indicato prima.
Fuori dall'Italia è un po' più chiaro questo, devo dire che un intellettuale importante del pensiero della decrescita, come Serge Latouche, dice chiaramente queste cose in uno dei suoi ultimissimi libri, “Per un'abbondanza frugale”, dice esplicitamente che per i PIGGS, cioè i paesi in crisi dell'eurozona è necessario abbandonare e per rilanciare una politica come propone lui di riconversione ecologica, di sostegno all'economia del chilometro zero, delle autoproduzioni, eccetera, bisogna assolutamente liberarsi dall'euro e dai vincoli del mercato unico dell'Unione Europea; viene detto chiaro. In Italia invece si ha la percezione che questa chiarezza ancora non ci sia nei movimenti che lottano, giustamente, per l'affermazione di una democrazia partecipata, per la difesa dei beni comuni, non c'è ancora la necessaria presa di coscienza di quanto quelle scelte contro le quali combattono, cioè le privatizzazioni piuttosto che l'oligarchizzazione della politica, dipendono anche dall'appartenenza all'euro e all'Unione Europea, proprio per i motivi che indicavo prima rispetto alla spoliazione della sovranità degli stati e alla costruzione di un governo, di un ipotetico super governo europeo assolutamente non democratico. Se si vuole la maggiore partecipazione politica e attiva dei cittadini e la loro maggiore capacità decisionale, quindi la democrazia partecipata, occorre che si possa decidere, quindi è necessario averla la sovranità, altrimenti di cosa si decide? Anche questo elemento fatica ad entrare nella discussione pubblica. Quanti cercano di difendere il lavoro, giustamente? Quanti cercano di difendere i ceti sociali più aggrediti da questa crisi e che oggi si vedono appunto perdere il lavoro oppure perdere le condizioni di lavoro? E non si sa che cosa sia peggio, perché quando andiamo a vedere che cosa è il piano Marchionne o quando andiamo a vedere che cosa vuol dire perdere le tutele dei contratti nazionali di lavoro, vuol dire che tu sei sostanzialmente sempre a disposizione dell'azienda, vuol dire che tu puoi fare una quantità infinita di straordinario, anzi devi farla e lo straordinario che devi fare ti può essere comunicato anche un giorno, due giorni prima. Vuol dire che tutta la tua vita viene assolutamente asservita a quelle che sono le esigenze della produzione.
Ecco, chi vuole combattere contro tutto questo fatica oggi, almeno sembra faticare a mettere in relazione la realizzazione di quelle scelte con i vincoli dell'appartenenza all'euro e all'Unione Europea. Nonostante tutte le critiche che noi possiamo fare all'Unione Europea, una critica che non possiamo farle è quella di fare le cose di nascosto. Ce lo dicono chiaro che cosa vogliono fare. Prima lo dicevano magari in modi più difficilmente riscopribili nei documenti ufficiali dell'Europa 2020, del cosiddetto semestre europeo, e diciamo che uno deve andare un po' a cercarseli per capirli. Oggi non è più così. Dalla lettera al governo Berlusconi in poi le imposizioni della Banca Centrale Europea sono perfettamente chiare. Basta prendere quei fogli e c'è scritto. Sono le richieste di oggi, dei giorni scorsi alla Grecia, alla Spagna, privatizzare ulteriormente, licenziare nel pubblico impiego, abbassare i salari nel privato e nel pubblico. Questo è quello che pretendono. Allora se si vuole combattere contro tutto questo non si può omettere da dove nasce la richiesta di tutte queste follie. E tutto questo nasce dall'adesione, dalla costruzione dell'euro e dall'Unione Europea.
Attenzione, continuano a dirci che l'euro è irreversibile, ma il motivo per cui continuano a dircelo – lo ha detto recentemente il Presidente della Repubblica, lo ha detto recentemente Draghi, continuano a ripeterlo in Germania, continuano a ripeterlo dappertutto – è proprio il fatto che l'euro è reversibile, altrimenti non avrebbero nessuna ragione di continuare a dirlo, ma devono far credere che tale sia. Devono far credere che tale sia, perché essendo le criticità dell'euro così note e conosciute, ed essendo noto che soprattutto per i paesi più deboli sarebbe assolutamente conveniente un'uscita dall'euro, nel momento in cui un singolo paese dovesse abbandonare la moneta unica è molto probabile che questo sancirebbe l'immediata fine della moneta unica stessa. Perché? Perché a quel punto gli altri paesi deboli rimasti all'interno della moneta verrebbero aggrediti da attacchi speculativi molto maggiori rispetto a quelli che già abbiamo visto. Il perché è molto semplice: finché si pensa che l'euro sia irreversibile allora può avere senso comprare titoli italiani, spagnoli, greci stessi, ma se ipotizziamo che la Grecia, piccolo paese, uscisse dall'euro, a quel punto diventa chiaro che l'euro non è più irreversibile, quindi può essere reversibile per tutti, quindi è molto probabile che alla fin fine anche il Portogallo, anche la Spagna, anche l'Italia, escano dall'euro, dovendo attraversare tutto un primo periodo di problematiche effettive che questo comporterà. Quindi a questo punto l'attacco speculativo rispetto a questi paesi diventerebbe fortissimo e lo stesso attacco porterebbe molto probabilmente alla fine della moneta unica. Questo è uno degli scenari possibili ed è motivo per cui sostanzialmente la Grecia non è stata fatta immediatamente uscire dall'euro. La Grecia è un paese molto piccolo, un'economia molto piccola rispetto all'eurozona, obiettivamente non c'erano motivi di non lasciarla in pace, ma le scelte che sono state fatte sono tali proprio perché non possono permettersi di fare uscire nessuno dall'euro. L'euro è un gabbia dalla quale dobbiamo cercare di liberarci.
Trascrizione di Maria Laura Borruso
Fonte: http://www.byoblu.com/post/2012/10/17/V ... uropa.aspx
Fabrizio Tringali, autore insieme a Marino Badiale di "La trappola dell'euro", con la prefazione di Alberto Bagnai, spiega perché è stata perseguita la moneta unica, in Europa, nonostante gli economisti sapessero fin dall'inizio che sarebbe stata una catastrofe.
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Buongiorno a tutti. Sono Fabrizio Tringali e sono l'autore di un libro uscito da poco sull'euro e sull'Unione Europea; il titolo del libro è “La trappola dell'Euro. Le cause, la crisi, le conseguenze e la via d'uscita”, scritto insieme a Marino Badiale che insegna matematica all'Università di Torino.
Sono molto grato a Claudio Messora per avermi dato la possibilità di raccontarvi qualcosa, rispetto alla crisi che stiamo vivendo, che spero possa esservi utile, affrontando anche qualche aspetto che magari finora non è stato del tutto affrontato. In effetti Marino Badiale ed io iniziamo a parlare della crisi e soprattutto del fatto che le cause della crisi vanno ricercate prevalentemente nell'euro già dai primi mesi del 2011, quando iniziammo a discutere di queste cose pubblicando un breve saggio all'epoca e venivamo abbastanza guardati come matti, ci dicevano che la crisi è dovuta al debito pubblico, la crisi è dovuta a Berlusconi, la crisi è dovuta alla corruzione, alla mafia, la crisi è dovuta a questo paese che non è capace di stare al pari con gli altri paesi dell'Europa migliori di noi. Ecco, tutte queste cose, che possono essere in parte vere, in parte non lo sono affatto e in parte magari sono, per così dire, delle aggravanti rispetto ad una situazione di crisi che però non è assolutamente dovuta a questo ma è dovuta appunto alla moneta unica. E questo, finalmente, devo dire che nel dibattito pubblico sta emergendo ormai, sta emergendo da tutte le parti, anche grazie al lavoro che sta facendo Claudio Messora, ma anche grazie a una persona come Alberto Bagnai, per esempio, che con un bellissimo blog ha spiegato moltissimi degli aspetti, delle criticità dell'euro, tra l'altro Alberto ha scritto anche la prefazione al libro che io e Marino abbiamo scritto. Di conseguenza ormai è abbastanza chiaro all'opinione pubblica che il primo motivo della crisi è proprio il fatto che la moneta unica ha unito delle economie molto diverse tra di loro e in questo modo le economie più forti, come è appunto quella della Germania, hanno finito per schiacciare quelle più deboli.
Una delle cose importanti, però, che non si dice ancora spesso nel dibattito pubblico è che le criticità di un'unione monetaria tra i paesi europei erano assolutamente note già trent'anni fa, non c'era nulla di ignoto. Se rispetto alla crisi, diciamo così, iniziata nel 2007 negli Stati Uniti e nel 2008 proseguita, effettivamente si può dire che era stata ben poco prevista, per quanto riguarda l'unione monetaria e l'euro la crisi era stata ampiamente prevista dagli economisti; così restituiamo anche un po' di dignità alla professione e alla scientificità della scienza economica, appunto, e delle tante persone capaci che di queste cose hanno parlato. Si iniziò a discutere di un sistema a cambi fissi in Europa già verso la fine degli anni '70, perché finito il cosiddetto regime di Breton Woods e quindi la parità dei cambi rispetto al dollaro e la convertibilità del dollaro con l'oro, in Europa si cominciò a discutere appunto di un sistema che irrigidisse i cambi. Questo per un motivo semplice: in un'economia aperta, in un'economia globalizzata, dove vi è la circolazione libera delle merci, dei capitali e dei servizi, chi ha il capitale desidera la rigidità dei cambi proprio per poter investire là dove conviene di più, senza rischiare di perdere proprio a causa della fluttuazione del cambio. Ebbene, si iniziò a discutere, si iniziò ad implementare anche un primo sistema che si chiamò “serpente monetario”, che ebbe poco successo, e poi si iniziò a parlare di un sistema più forte, più rigido: il Sistema Monetario Europeo (SME). Si iniziò a discutere quindi dell'adesione dell'Italia a questo sistema.
È interessante perché all'epoca le forze di opposizione storica, come il PCI, erano sostanzialmente in maggioranza, cioè il governo che discusse dell'adesione allo SME nel 1978 era un monocolore DC, guidato da Andreotti, con l'appoggio esterno del PCI. Quindi ci fu un ampio dibattito, rispetto alle possibilità di aderire a questo sistema, dei pro e dei contro all'adesione dell'Italia. Emersero dai dibattiti parlamentari molte cose interessanti. Ve ne cito alcune specificatamente, così ve le potete andare a cercare, perché il PCI dell'epoca cercò, come dire, di mettere dei paletti rispetto alla costruzione del sistema monetario europeo, che facessero sì che i rischi per l'Italia diminuissero sostanzialmente. Questi rischi erano appunto quelli dovuti al fatto che un paese meno competitivo come l'Italia, con un'inflazione strutturalmente più alta rispetto a quella della Germania, con un cambio fisso non avrebbe più potuto recuperare competitività, quando serviva, svalutando la moneta e quindi avrebbe dovuto inevitabilmente trasferire i necessari aggiustamenti nell'economia interna. Come? Svalutando i salari, cioè andando ad attaccare i salari, i guadagni delle persone, e facendo in questo modo contenere i consumi e quindi contenere l'inflazione. È esattamente quello che sta accadendo adesso. Si sapeva perfettamente che lì si andava a parare.
All'inizio della discussione sullo SME furono poste quindi una serie di condizioni per l'adesione dell'Italia. Queste condizioni furono anche fatte proprie dal governo DC dell'epoca. Si può leggere un interessante discorso del ministro dell'epoca, che si chiama Pandolfi, il 10 ottobre del 1978 alla Camera dei Deputati. Sostanzialmente cosa viene detto? Che la posizione dell'Italia sarà quella di chiedere di far precedere l'instaurazione della fissità dei cambi con un regime di transizione meno rigido e poi, soprattutto, di accompagnare la rigidità dei cambi con regole capaci – cito testualmente - “di stabilire, nel caso di deviazione degli andamenti di cambio, un'equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento tra paesi in disavanzo esterno e paesi in avanzo”. È abbastanza chiaro, credo. Cioè, in un'unione monetaria il fatto che ci siano paesi strutturalmente in surplus, come appunto la Germania, e paesi strutturalmente in deficit, sono due aspetti entrambi di criticità; non ci sono da una parte i virtuosi e dall'altra parte i cattivi, sono delle criticità di un sistema. Quindi si chiedeva, giustamente, un sistema che distribuisse in modo equo i costi degli aggiustamenti. Badate, non è lontana dall'idea di Keynes del dopoguerra, rispetto a un sistema di cambi mondiali addirittura, cosa che non venne mai adottata e cosa che non viene adottata nemmeno in Europa. Tanto che il successivo vertice europeo del dicembre 1978, che si svolge a Bruxelles, sancisce la sconfitta della posizione italiana. Francia e soprattutto Germania non accettano meccanismi di aggiustamento automatico e condiviso degli squilibri tra l'economia e si limitano ad accordare all'Italia una banda di oscillazione più ampia rispetto a quella prevista dal sistema stesso.
Lo SME era una cosa meno rigida dell'euro. All'interno dello SME i cambi potevano fluttuare del 2,5% - che non era pochissimo – e l'Italia addirittura aveva una banda, invece, del 6%, quindi più ampia. Nonostante questo, però, la rigidità dello SME porterà poi l'Italia alla crisi del 1992, quindi alla necessità di abbandonare il sistema monetario. Inizia così ad essere chiaro già all'epoca che i paesi forti dell'Europa non vogliono assolutamente meccanismi di solidarietà e di riequilibrio delle economie perché questo consente a loro di gestire meglio la loro condizione di forza e sostanzialmente di costringere i paesi più deboli ad adeguarsi, cioè ad adeguare le loro politiche economiche. Tanto è vero che la cosiddetta virtù della Germania in realtà non è altro che la capacità della Germania stessa di mantenere bassa l'inflazione. Come? Contenendo i salari, facendo una politica non espansiva, una politica che in qualche modo deprime la domanda interna. E questo è esattamente quello che poi è avvenuto nel periodo successivo all'introduzione dell'euro. Anche questa è una cosa che finalmente possiamo sfatare. Tutti pensano che in Germania si sta molto meglio che in Italia, che tutti guadagnano più degli italiani e non è affatto vero. La forza e la competitività della Germania è stata costruita sul contenimento dei salari e la Germania, non a caso, è uno dei paesi europei meno sindacalizzati d'Europa. Negli anni successivi all'euro in Germania sono state realizzate le famose riforme, che sono quelle che stanno cercando di imporre anche qui, che sono quelle che hanno flessibilizzato ulteriormente il lavoro, che sono quelle che hanno creato i mini-job e un terzo dei lavoratori tedeschi oggi guadagna 400 euro al mese e sono quelli che hanno diminuito le garanzie a sostegno dei lavoratori e dei contratti nazionali di lavoro, e sono queste le cose che vogliono inserire anche nel nostro paese.
Perché poi si è effettivamente realizzata l'unione monetaria prima con lo SME e poi addirittura con l'euro, nonostante appunto fosse chiaro, ad un certo punto, che i paesi deboli ci perdevano? Per i paesi forti è chiaro, perché gli conveniva. Ma nei paesi deboli alla fine i ceti dirigenti hanno capito che il vincolo esterno dato dall'appartenenza all'euro, alla moneta unica, e poi anche all'Unione Europa, di fatto consentiva loro di fare quello che altrimenti non sarebbero riusciti a fare. Badate, l'introduzione della flessibilità, così come è stata fatta in Italia, fino ad arrivare oggi alla messa in discussione dei contratti nazionali di lavoro e quant'altro, non si sarebbero potuti realizzare senza che il vincolo esterno del “ce lo chiede l'Europa” costringesse sostanzialmente tutti a considerare quelle scelte come inevitabili. Bene, in realtà appunto quelle scelte inevitabili non sono e per evitarle la strada è quella dell'abbandono della moneta unica e anche dei vincoli europei.
Oggi nel dibattito pubblico si discute molto di questo, proprio perché abbiamo detto che le criticità dell'euro ormai sono assolutamente di dominio pubblico, tutti le conosco e tutti le discutono. Addirittura su L'Unità recentemente ho letto che il problema sostanzialmente è la differenza di competitività e di inflazione tra i paesi europei e la politica non espansiva della Germania. La risposta che normalmente si dà a questa problematica è il cosiddetto “più Europa”. Perché si dà questo tipo di risposta? Questo è importante capirlo e lo affrontiamo nel nostro libro citando un interessante manuale di economia, anche questo scritto negli anni '90, quindi prima dell'euro, a cavallo tra lo SME e l'euro – per ribadire quanto fosse chiaro tutto questo – che spiegava molto bene come una potenziale, all'epoca, unione monetaria europea avrebbe inevitabilmente inasprito gli squilibri tra le economie, cosa che è puntualmente avvenuta, e che l'unico modo per risolvere questo problema era appunto quello di avere dei meccanismi di aggiustamento che per essere realizzati necessitavano di una serie di cose ovvie e cioè un governo unico europeo che decidesse le politiche economiche degli Stati e fosse dotato delle risorse economiche necessarie per avviare i meccanismi di riequilibrio. È esattamente quello che stanno cercando di realizzare. Il “più Europa” non è altro che l'idea, sostanzialmente, di spogliare gli stati nazionali della loro sovranità, demandare la sovranità nelle scelte di politica economica e sociale. Quindi sono le cose di cui si sta parlando. Scelte di politica economica vuol dire la finanziaria, vuol dire i contatti di lavoro, vuol dire tutte le politiche sociali, di investimento, eccetera, demandarle integralmente all'Unione Europea e questo farebbe sì, probabilmente, che la Germania a quel punto sarebbe in grado di accettare dei meccanismi di riequilibrio. Molto probabilmente questo è vero, è una cosa che sostiene per esempio Gerhard Schroeder in Germania e che viene sostenuta da molte parti dell'opinione pubblica tedesca per un motivo abbastanza intuitivo: nel momento in cui la sovranità fosse demandata agli organismi europei è chiaro che comanda di più il paese più forte. Quindi la Germania a quel punto potrebbe facilmente riuscire a realizzare anche nei paesi esterni ad essa le stesse politiche che ha realizzato al suo interno. Una volta fatto questo, magari a quel punto potrebbe anche concedere qualcosa dal punto di vista del riequilibrio delle risorse all'interno delle economie.
Qual è il problema di tutto questo? Che chi propone uno scenario di questo tipo dice, ovviamente, che se si crea un super governo europeo che decide tutto questo, deve essere un governo democratico, naturalmente, e quindi bisogna democratizzare l'Unione Europea. Questo è un punto assolutamente fondamentale. Non esiste nessuna possibilità di democratizzare l'Unione Europea, non esiste nessuna possibilità di costruire un governo democratico europeo. Il motivo, in sintesi, è molto semplice, perché non esiste un popolo europeo. A meno che non si creda che democratizzare l'unione europea voglia dire che gli Stati nazionali eleggono un po' di parlamentari in un Parlamento europeo – cosa che avviene già, peraltro – e che poi questo Parlamento costruisce un esecutivo, un governo – cosa che oggi non avviene perché l'esecutivo è costruito direttamente dagli Stati, ma domani potrebbe avvenire – a meno che non si pensi che la democrazia sia tutto lì, è abbastanza chiaro che non c'è nessuna possibilità di democratizzare l'Unione Europea. Dalle rivoluzioni francesi in poi l'idea di democrazia rappresentativa – lasciamo stare l'idea di democrazia partecipativa, che a me piace molto di più, ma non è questa la discussione adesso – si fonda sul fatto che un qualunque governo per essere qualificato come democratico, non solo deve rispondere a un Parlamento, cosa ovvia, ma deve rispondere a un'opinione pubblica e deve rispondere alle forze sociali che i cittadini liberamente costruiscono. Ed è quello che avviene esattamente in tutti gli Stati nazionali. Ogni governo si confronta e con l'opinione pubblica e con associazioni, sindacati, gruppi di ogni tipo, quelli che i cittadini costruiscono. Tutto questo non esiste a livello europeo, esiste solo a livello nazionale perché i cittadini sono divisi, i popoli europei sono divisi tra di loro.
Per poter creare questa opinione pubblica e queste forze sociali sono necessarie almeno tre condizioni. La prima delle condizioni è una lingua comune, per motivi abbastanza evidenti. Una seconda condizione è una significativa mescolanza delle popolazioni, cioè ci deve essere un periodo in cui effettivamente in vari popoli smettono pian piano di essere tanti popoli e diventano uno, perché si capiscano hanno una lingua comune e perché effettivamente tra di loro si mescolano, e non è solo un problema della lingua, c'è il problema degli usi, delle tradizioni, delle mentalità che piano piano possono confluire verso un'unità, ma ci vuole del tempo, molto tempo perché questo avvenga. Il terzo elemento è un sistema di media, di informazione, di circolazione delle informazioni complessivo, generale e accessibile, che consenta appunto la formazione di un'opinione pubblica. È abbastanza evidente che tutto questo è presente in varie forme negli Stati nazionali ed è completamente assente a livello europeo. Di conseguenza la formazione di un governo europeo non sarebbe nulla di democratico. Cioè al sogno ipotizzato da qualcuno di una grande Europa democratica, unita e pacifica e solidale, si contrappone la dura realtà, il terribile incubo della maggiore unione politica all'interno dell'Unione Europea, che non può che trasformarsi, per questi motivi, in un super Stato con poteri semi-assoluti, perché a questo punto potrebbero decidere quasi tutto, e rispetto al quale non vi è possibilità di un confronto con le forze sociali che nascono tra i cittadini e nella società.
A questo punto ci potremmo chiedere: ma se rappresenta veramente un incubo un'Europa unita e costruita così come ho accennato prima, perché la si vuole realizzare? La risposta è che l'incubo non è per tutti. Una situazione di questo tipo rappresenterebbe un incubo per la maggioranza delle popolazioni e cioè per quanti vedrebbero, come avviene adesso, il progressivo impoverimento, la perdita delle conquiste. Ma i margini di profitto, soprattutto per chi gestisce grandi capitali, per chi gestisce le grandi industri, sicuramente si amplierebbero ulteriormente. Ricordiamoci che la fissità dei cambi, come dicevo all'inizio, è proprio figlia della globalizzazione. Uno degli elementi interessanti di quello che sta accadendo è che ogni discorso ne apre successivi. Quindi se noi capiamo i rischi della fissità dei cambi dove ci hanno portato, arriviamo al discorso della globalizzazione, proprio perché la fissità dei cambi è ciò che è desiderato da chi detiene i principali capitali, che ha bisogno di norme e di misure che consentano di aumentare il più possibile i margini di profitto. Quindi un sistema a cambi fissi che consenta di diminuire il rischio di cambio e in secondo luogo di aprire una condizione all'interno degli Stati che scatena una guerra al ribasso delle condizioni di lavoro, è esattamente quello che serve alle classi dominanti per aumentare i margini di profitto. Cioè noi oggi siamo di fronte a una condizione per cui alla FIAT devi accettare il piano Marchionne e quindi devi accettare condizioni di lavoro impensabili fino a poco tempo fa, con la minaccia che altrimenti la produzione viene spostata in Serbia. In Serbia avviene la stessa cosa, con la minaccia che altrimenti la produzione viene spostata in Cina o da qualche altra parte. Cioè con la globalizzazione c'è sempre un paese dove si può andare a produrre e a pagare di meno, ad avere meno costi e maggiori margini di profitto. Ma questo è possibile, appunto, se i capitali possono circolare liberamente e se non c'è il rischio di cambio. Sono questi due gli elementi fondamentali che appunto vengono ricercati proprio perché i più potenti in questo modo aumentano notevolmente i loro margini di profitto.
Sarebbe interessante discutere che effettivamente questo non vale per tutti. Se noi andiamo a vedere, per esempio, la condizione di piccoli o medi produttori, molto probabilmente questi pian piano si sposteranno su posizioni contrarie all'euro e in parte sta già avvenendo. In parte la stessa posizione della Lega, che in qualche modo era comunque critica, rispecchiava questo. Se andiamo a vedere all'interno di Confindustria vediamo che ci sono anime diverse, c'è un'anima più vicina a Montezemolo e a Marchionne, che è assolutamente pro euro, e l'anima che fa capo, invece, all'attuale leader di Confindustria che è più critica e che mira di più a salvaguardare anche la produzione delle realtà medie che probabilmente si troverebbero meglio in una condizione di minor libertà di circolazione di merci e capitali, perché una delle conseguenze ovvie di questa situazione è che le imprese italiane si svalutano notevolmente e vengono aggredite dall'esterno anche all'interno dell'Unione Europea e dello stesso euro, cioè dalla Germania. La Germania si sta comprando le principali imprese italiane. Qui si aprono quindi anche delle contraddizioni all'interno degli stessi ceti dominanti, delle stesse oligarchie, al vertice delle quali però abbiamo appunto coloro che assolutamente hanno tutto da guadagnare rispetto ad una condizione che per noi è effettivamente da incubo. Bisogna ammettere che sono stati bravi, perché hanno condito di ideologia la costruzione dell'Unione Europea con un'efficacia estremamente alta, notevole. Dunque chiunque di noi poi cerchi di riportare il piano della discussione e del confronto sulla razionalità e quindi sui costi e sui benefici dell'appartenenza all'euro, dell'appartenenza all'Unione Europea, si trova spesso di fronte a una barriera ideologica.
Nel libro abbiamo trattato le principali obiezioni alla proposta di uscita dall'euro e dall'Unione Europea, le abbiamo confutate e le abbiamo divise e categorizzate in due gruppi: quelle prevalentemente economiche e quelle prevalentemente politiche. Fra quelle economiche abbiamo appunto l'obiezione di chi ritiene che in caso di uscita dall'euro avremmo una ipersvalutazione, avremmo una iperinflazione, non potremmo più comprare le materie prime, diventeremmo assolutamente in capaci di sopravvivere nel mondo con la nostra “liretta”. Sappiamo innanzitutto che non esiste nessuna forma di correlazione diretta tra la svalutazione e l'inflazione, quindi è noto ed è ovvio che una volta usciti dall'euro la moneta nazionale sarà svalutata rispetto alla moneta precedente, cioè all'euro, ma per esempio Alberto Bagnai ci dice che l'entità di questa svalutazione dovrebbe più o meno essere correlata alla perdita di competitività che si è avuta rispetto alla differenza dei tassi di inflazione tra la Germania e l'Italia nel periodo dell'euro. In sintesi vuol dire che questa svalutazione dovrebbe essere intorno al 20%. Quando uscimmo dallo SME, nei periodi successivi la svalutazione fu molto maggiore, fu una svalutazione immediata del 7% e poi nel corso del tempo si arrivò a un'entità ben maggiore. L'inflazione in quel periodo di quanto aumentò? Di niente, diminuì. Si passò da un'inflazione intorno al 5% del 1992, quando uscimmo dallo SME, per arrivare negli anni successivi a un'inflazione del 4% e del 3%. Non esiste correlazione diretta tra la svalutazione e l'inflazione. Quindi presumibilmente avremo una svalutazione relativamente contenuta, che quindi non ci impedirà assolutamente di comprare le materie prime di cui avremo bisogno e probabilmente nessuna inflazione o una media inflazione.
Tra l'altro possiamo anche dire tra noi che una moderata inflazione non è affatto un dato negativo. Anche qui ci sono da sfatare dei miti. L'idea che l'inflazione sia la peggiore delle tasse perché aggredisce, è un altro esempio di forza ideologica dei ceti dominati. È chiaro che un'iperinflazione può essere distruttiva ed è altrettanto chiaro che l'aumento dei prezzi è negativo se non aumentano anche i salari. Ma il problema è la relazione tra i prezzi e i salari, cioè tra quanto costano le cose e quello che tu guadagni. Noi oggi abbiamo dei prezzi che tutto sommato non aumentano molto, in Italia aumentano più che in Germania, ma comunque l'inflazione è intorno al 3, al 4-5%, almeno quella calcolata, poi quella reale chissà. Ma se i salari non aumentano o addirittura diminuiscono, tu continuamente perdi potere di acquisto, cioè sei sempre più povero. Se hai un'inflazione del 7-8% ma il tuo salario aumenta di quel tanto o anche un po' di più, tu aumenti il tuo potere di acquisto e sei più ricco. Non solo, se tu hai un debito un po' di inflazione ti aiuta. Mio papà si è fatto un mutuo e ha pagato il mutuo, con un lavoro da operaio a Genova ha potuto comprarsi casa e pagare il mutuo nei periodi in cui l'inflazione era anche al 10% e anno dopo anno effettivamente il peso reale della sua rata diminuiva, perché il suo salario aumentava comunque in relazione all'inflazione, mentre lui continuava a pagare gli interessi rispetto alla cifra di acquisto della sua casa. Quindi anche questo sarebbe un concetto da approfondire in maggior tempo. Ma l'inflazione, entro certi limiti, svaluta i debiti. Domanda: per un paese che ha un alto debito pubblico allora un po' di inflazione sarebbe un bene o sarebbe un male? Ecco, vedete che se si riesce a discutere delle questioni in modo razionale non ideologico forse si capisce che le cose stanno in modo un po' diverso.
Torniamo alla questione dell'Unione Europea. Noi non potevamo prevedere che all'Unione Europea sarebbe stato concesso un Nobel per la pace, perché anche la nostra fantasia non arrivava a tanto, ma sapevamo che tra le motivazioni c'è sicuramente quella che l'Unione Europea ha garantito la pace e la stabilità in Europa, che è un'idea sostanzialmente ridicola, perché intanto l'altro aspetto che evidenzia la forza dell'ideologia che ci è stata propinata negli ultimi tempi è quello che l'Unione Europea viene usata come sinonimo di Europa. L'Unione Europea non è l'Europa. Noi abbiamo la pace in Europa, a parte il dettaglio della guerra in Kosovo - “dettaglio” ovviamente detto in modo ironico – c'era l'unione europea e abbiamo fatto la guerra, oltre che farla all'esterno ovunque quando gli Stati Uniti vogliono, ma all'interno dell'Europa abbiamo la pace da immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando non c'era nessuna Unione Europea. L'Unione Europea è una struttura giuridica nata per garantire la libera circolazione di merci, servizi e capitali che esiste da vent'anni. Questo è l'Unione Europea, non è altro. Non è la pace tra le nazioni. Si può rispondere che non c'era l'Unione Europea nel dopoguerra ma si cominciava a formare la CEE, si cominciavano a gettare i primi ponti di collaborazione economica tra gli Stati. Questo è sicuramente vero, ma di qui a pensare che sia questo che abbia garantito la pace ce ne passa. Soprattutto anche nei secoli precedenti spesso in Europa, tra gli Stati-Nazione ci sono stati decenni di pace. Sembra che chi sostiene che l'Unione Europea abbia garantito la pace pensa che in Europa ci siano state solo guerre fino a che non è nata l'Unione Europea. Questo è semplicemente falso, non è storicamente così. Quindi questa è un'altra motivazione del tutto falsa e ideologica.
Purtroppo però – ed è forse l'ultimo degli aspetti che vi vorrei raccontare – l'ideologia è forte e Marino Badiale ed io ci siamo resi conto che è difficile discutere di euro, di Europa, mettendo da un lato l'ideologia e discutendo in modo razionale di ciò che davvero può essere un bene per le Nazioni, per il nostro popolo e per gli altri popoli europei. Così ci siamo resi conto che anche negli ambienti dove ci sarebbe maggiore interesse ad un cambiamento della politica, un cambiamento delle politiche realizzate in questo paese, si fa fatica a mettere a fuoco il fatto che l'euro e l'Unione Europea sono un po' il primo bersaglio da colpire nel momento in cui si voglia un effettivo cambiamento. C'è chi vuole il cambiamento perché vuole abbattere il capitalismo o chi lo vuole perché vuole abbattere il sistema economico basato sulla globalizzazione, basato sulla crescita infinita. Il problema è che appunto spesso si fa fatica a mettere a fuoco che il modello economico, la crescita, il capitalismo, sono tutte astrazioni, utili, per capirci, ma poi se davvero le si vuole combattere è fondamentale combattere contro quelle istituzioni reali che sono diventate la forma reale e concreta di quell'idea astratta che anche tu, giustamente, vuoi combattere. Qui per esempio mi riferisco a chi giustamente pone la questione della crisi ecologica, per esempio, e del sistema distruttivo nel quale viviamo, distruttivo dal punto di vista ecologico e ambientale, e propone quindi di lanciare un piano di conversione ecologica dell'economia, un piano di decrescita sostanzialmente, di decrescita nel senso di diminuzione della domanda di energia e così via. Ebbene, sono tutte cose assolutamente condivisibili ma che non possono essere concretamente realizzate all'interno del sistema giuridico dell'Unione Europea e all'interno dei vincoli derivanti dall'euro, in buona parte per i motivo che ho indicato prima.
Fuori dall'Italia è un po' più chiaro questo, devo dire che un intellettuale importante del pensiero della decrescita, come Serge Latouche, dice chiaramente queste cose in uno dei suoi ultimissimi libri, “Per un'abbondanza frugale”, dice esplicitamente che per i PIGGS, cioè i paesi in crisi dell'eurozona è necessario abbandonare e per rilanciare una politica come propone lui di riconversione ecologica, di sostegno all'economia del chilometro zero, delle autoproduzioni, eccetera, bisogna assolutamente liberarsi dall'euro e dai vincoli del mercato unico dell'Unione Europea; viene detto chiaro. In Italia invece si ha la percezione che questa chiarezza ancora non ci sia nei movimenti che lottano, giustamente, per l'affermazione di una democrazia partecipata, per la difesa dei beni comuni, non c'è ancora la necessaria presa di coscienza di quanto quelle scelte contro le quali combattono, cioè le privatizzazioni piuttosto che l'oligarchizzazione della politica, dipendono anche dall'appartenenza all'euro e all'Unione Europea, proprio per i motivi che indicavo prima rispetto alla spoliazione della sovranità degli stati e alla costruzione di un governo, di un ipotetico super governo europeo assolutamente non democratico. Se si vuole la maggiore partecipazione politica e attiva dei cittadini e la loro maggiore capacità decisionale, quindi la democrazia partecipata, occorre che si possa decidere, quindi è necessario averla la sovranità, altrimenti di cosa si decide? Anche questo elemento fatica ad entrare nella discussione pubblica. Quanti cercano di difendere il lavoro, giustamente? Quanti cercano di difendere i ceti sociali più aggrediti da questa crisi e che oggi si vedono appunto perdere il lavoro oppure perdere le condizioni di lavoro? E non si sa che cosa sia peggio, perché quando andiamo a vedere che cosa è il piano Marchionne o quando andiamo a vedere che cosa vuol dire perdere le tutele dei contratti nazionali di lavoro, vuol dire che tu sei sostanzialmente sempre a disposizione dell'azienda, vuol dire che tu puoi fare una quantità infinita di straordinario, anzi devi farla e lo straordinario che devi fare ti può essere comunicato anche un giorno, due giorni prima. Vuol dire che tutta la tua vita viene assolutamente asservita a quelle che sono le esigenze della produzione.
Ecco, chi vuole combattere contro tutto questo fatica oggi, almeno sembra faticare a mettere in relazione la realizzazione di quelle scelte con i vincoli dell'appartenenza all'euro e all'Unione Europea. Nonostante tutte le critiche che noi possiamo fare all'Unione Europea, una critica che non possiamo farle è quella di fare le cose di nascosto. Ce lo dicono chiaro che cosa vogliono fare. Prima lo dicevano magari in modi più difficilmente riscopribili nei documenti ufficiali dell'Europa 2020, del cosiddetto semestre europeo, e diciamo che uno deve andare un po' a cercarseli per capirli. Oggi non è più così. Dalla lettera al governo Berlusconi in poi le imposizioni della Banca Centrale Europea sono perfettamente chiare. Basta prendere quei fogli e c'è scritto. Sono le richieste di oggi, dei giorni scorsi alla Grecia, alla Spagna, privatizzare ulteriormente, licenziare nel pubblico impiego, abbassare i salari nel privato e nel pubblico. Questo è quello che pretendono. Allora se si vuole combattere contro tutto questo non si può omettere da dove nasce la richiesta di tutte queste follie. E tutto questo nasce dall'adesione, dalla costruzione dell'euro e dall'Unione Europea.
Attenzione, continuano a dirci che l'euro è irreversibile, ma il motivo per cui continuano a dircelo – lo ha detto recentemente il Presidente della Repubblica, lo ha detto recentemente Draghi, continuano a ripeterlo in Germania, continuano a ripeterlo dappertutto – è proprio il fatto che l'euro è reversibile, altrimenti non avrebbero nessuna ragione di continuare a dirlo, ma devono far credere che tale sia. Devono far credere che tale sia, perché essendo le criticità dell'euro così note e conosciute, ed essendo noto che soprattutto per i paesi più deboli sarebbe assolutamente conveniente un'uscita dall'euro, nel momento in cui un singolo paese dovesse abbandonare la moneta unica è molto probabile che questo sancirebbe l'immediata fine della moneta unica stessa. Perché? Perché a quel punto gli altri paesi deboli rimasti all'interno della moneta verrebbero aggrediti da attacchi speculativi molto maggiori rispetto a quelli che già abbiamo visto. Il perché è molto semplice: finché si pensa che l'euro sia irreversibile allora può avere senso comprare titoli italiani, spagnoli, greci stessi, ma se ipotizziamo che la Grecia, piccolo paese, uscisse dall'euro, a quel punto diventa chiaro che l'euro non è più irreversibile, quindi può essere reversibile per tutti, quindi è molto probabile che alla fin fine anche il Portogallo, anche la Spagna, anche l'Italia, escano dall'euro, dovendo attraversare tutto un primo periodo di problematiche effettive che questo comporterà. Quindi a questo punto l'attacco speculativo rispetto a questi paesi diventerebbe fortissimo e lo stesso attacco porterebbe molto probabilmente alla fine della moneta unica. Questo è uno degli scenari possibili ed è motivo per cui sostanzialmente la Grecia non è stata fatta immediatamente uscire dall'euro. La Grecia è un paese molto piccolo, un'economia molto piccola rispetto all'eurozona, obiettivamente non c'erano motivi di non lasciarla in pace, ma le scelte che sono state fatte sono tali proprio perché non possono permettersi di fare uscire nessuno dall'euro. L'euro è un gabbia dalla quale dobbiamo cercare di liberarci.
Trascrizione di Maria Laura Borruso
Fonte: http://www.byoblu.com/post/2012/10/17/V ... uropa.aspx
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giovedì 11 ottobre 2012
il Manifesto di salvezza economica nazionale di Paolo Barnard e Warren Mosler
IL MANIFESTO DI SALVEZZA ECONOMICA NAZIONALE
"NON ERAVAMO PIIGS, TORNEREMO ITALIA"
Un anticipo di Rimini e Cagliari, Ott. 2012
di Warren Mosler e Paolo Barnard
(iscrivetevi ai 2 summit, posti disponibili, qui www.paolobarnard.info)
Premessa:
Dato che la nostra economia rimane a livelli di depressione del tutto artificiosi.
Dato che la BCE offre fondi legati a condizionalità che mantengono in vita la nostra depressione economica.
Dato che la BCE non ha mostrato alcuna intenzione di ammorbidire quelle condizionalità.
Dato che la UE non ha mostrato alcuna intenzione di ridurre la disoccupazione ammorbidendo i limiti ai deficit di bilancio nazionali dettati da Maastricht.
Dato che la UE e la BCE hanno mancato di riconoscere il ruolo dei Deficit Positivi per sostenere la piena occupazione, la produzione aziendale e i risparmi.
Dato che l’inflazione da eccesso di domanda non è un pericolo finché la produzione non si riduce drammaticamente.
Dato che noi consideriamo le politiche che deliberatamente sostengono livelli alti di disoccupazione un crimine contro l’umanità.
Dato che le presenti politiche della UE e della BCE necessariamente manterranno la disoccupazione elevata e ridurranno i termini reali degli scambi commerciali.
Dato che i Trattati fondanti dell’Eurozona che hanno drasticamente limitato le nostre sovranità non furono mai sottoposti a un’analisi indipendente, né al consenso democratico dei cittadini.
Dato che l’intera struttura dei poteri sovranazionali della UE si fonda sulle inapplicabili ideologie Neoclassiche e Neoliberiste che necessariamente escludono qualsiasi possibilità di piena occupazione sostenibile, cioè di “Finanza Funzionale” per i popoli.
Dato che è ora chiaro che le politiche di Austerità di Mario Monti hanno fatto precipitare il Paese nella recessione, che sta divenendo piena depressione economica, attraverso uno sforzo che si fonda su teorie inapplicabili, ma anche su un preciso piano di spoliazione del bene comune a favore di pochi.
Dato tutto ciò, noi i cittadini della Repubblica Italiana chiediamo:
Il ritorno alla nostra moneta sovrana, con cui creare politiche che porteranno il governo a promuovere azioni al servizio del pubblico, includendo:
Il recupero della piena sovranità democratica controllata sempre dal volere popolare;
Il sostegno alla piena occupazione su base permanente;
Il sostegno alle aziende italiane creando le condizioni per l’aumento di domanda;
La fornitura di sostegno pieno agli anziani, ai giovani, agli infermi, ai disabili in modo da farci sentire fieri di essere italiani, ovvero fieri del nostro Stato Sociale;
Assicurare i conti correnti bancari e limitare la funzione bancaria al servizio dei sistemi di pagamento, al servizio dei correntisti, e alla fornitura di prestiti al servizio della collettività;
Eliminare il pagamento governativo degli interessi attraverso la creazione di un sistema di fondi a zero rischio e a tassi zero, in coordinamento con la Banca d’Italia.
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